Lavoro e sanità, allarme organici: a Ravenna mancano 450 infermieri

Nell’area vasta della Romagna la decrescita di infermieri disponibili è stata, nell’ultimo anno, di 700 unità e si stima che a Ravenna manchino, fra settore pubblico e privato, circa 450 professionisti. In un ambito regionale che vede un gap da coprire di circa 5mila infermieri in Emilia Romagna. La soluzione però non si intravede. Fra trend demografico e iscrizioni all’università, infatti, la situazione non è destinata a migliorare nemmeno in prospettiva: i posti disponibili per i corsi di infermieristica non vengono mai coperti e nell’ultimo anno accademico e le iscrizioni sono calate del 9,2%. I dati di iscrizione all’Ordine degli infermieri di Ravenna ha, invece, un trend di leggera e costante crescita, ma per effetto di «una mobilità attiva da altre province, soprattutto dal sud e dall’estero, di chi viene qui a lavorare».

A parlare è il presidente dell’Ordine delle professioni infermieristiche di Ravenna, Alex Zannoni. E’ lui a disegnare un quadro rimediabile solo «con un percorso di varie azioni per valorizzare la professione infermieristica». Non può essere diversamente per un lavoro nel quale «il numero chiuso nei corsi non è particolarmente vincolante e anche i posti a bando sono sempre superiori a chi vuole intraprendere la professione». Certamente una parte della problematica è contrattuale. «Non è un grande elemento di attrattiva: un infermiere nel pubblico prende in media di 1.600 euro puliti se diurnista, 1.700 se turnista, cui sono da aggiungere le indennità. Nel privato bisogna togliere circa 200 euro».

Le proposte dell’Ordine, oltre ad una richiesta di aumento, sono note. Tra le altre ci sono la possibilità di esercizio della libera professione extramoenia, il riconoscimento della figura dell’Infermiere di famiglia e di comunità, e anche provvedimenti contro le aggressioni (fisiche e verbali) sul posto di lavoro, che colpiscono mediamente in un anno un terzo degli infermieri. Il 75% delle aggressioni riguarda donne. Molto del lavoro però, sottolinea Zannoni, «è da operare sul piano formativo». E quindi la necessità è quella di completare il percorso di formazione universitaria infermieristica con l’istituzione delle lauree magistrali ad indirizzo clinico e delle scuole di specializzazione adeguandole al fabbisogno del sistema salute. Operazione che, per essere possibile, deve sostenere la docenza universitaria e aumentare il numero di docenti infermieri. L’urgenza di misure è rappresentata anche dal consigliere comunale e componente della commissione Sanità, Daniele Perini: «Il numero di 700 infermieri in esodo dal sistema sanitario romagnolo ci è stata rappresentata a Palazzo Merlato dallo stesso presidente dell’Ausl Romagna, Tiziano Carradori e ci sono tutte le condizioni perché questo sia un trend – anticipa Perini –. Con fenomeni collaterali che peggioreranno il quadro: sono tanti per esempio i nuovi assunti che hanno vinto il concorso giungendo da altre regioni. Comprensibilmente, chiederanno il trasferimento. Con un turnover che, quindi, diventa molto veloce e non stabilizza gli organici». Nel privato la situazione non è certo più rosea: «Se poi il sistema pubblico è in affanno, durante la pandemia soprattutto le Rsa sono state svuotate di personale per le assunzioni negli ospedali – ricorda il consigliere comunale –. Vediamo case di cura che hanno importato professionisti dalla Tunisia, dall’India. Persone ben formate, ma spesso ci sono problemi con la lingua e sappiamo bene come, soprattutto con gli anziani, la comunicazione sia determinante nella terapia». Questo perché, ricorda Zannoni «durante la fase pandemica si è assunto anche in deroga a questo prerequisito. E’ stato un elemento emergenziale, che scadrà a fine anno. La necessità pressante di personale però rimane quella di prima e speriamo, pertanto, non si proceda ad una sanatoria. Ci auguriamo in una periodo, graduale, di regolarizzazione, ricordando che il tempo di relazione è, a tutti gli effetti, tempo di cura».

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