CESENA. “Arpad Weisz. Una storia di sport e razzismo” è diventata, in occasione della Giornata della memoria 2020, una mostra che racconta di un allenatore glorioso nella storia del nostro calcio che morì tra atroci sofferenze ad Auschwitz il 31 gennaio 1944. Le vicende sportive e umane dell’allenatore ungherese che venne deportato al campo di sterminio con la sua famiglia perché ebreo, rivivono alla riaperta Galleria Pescheria, con apertura prorogata fino al 28 giugno, promossa dal Comune di Cesena in collaborazione con l’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Forlì-Cesena. Una mostra per non dimenticare.
Il libro di Marani
«Di Weisz, a sessant’anni dalla morte, si era perduta ogni traccia», ha scritto Matteo Marani nel volume Dallo scudetto ad Auschwitz (Aliberti 2007), che ha rivelato la sua storia dimenticata. «Eppure aveva vinto più di tutti nella sua epoca, un’epoca gloriosa del pallone, aveva conquistato scudetti e coppe. Ben più di tecnici tanto acclamati oggi. […] Sarebbe immaginabile che qualcuno di loro scomparisse di colpo? A lui è successo».
Tre scudetti
Vincitore di uno scudetto con l’Inter (1930) e di due con il Bologna (1936 e 1937), come raccontano in mostra le suggestive tavole illustrate tra sport e storia tratte dal volume di Matteo Matteucci Arpad Weisz e il Littoriale (Minerva 2017). Eventi storici e sportivi che spesso si incrociarono, come quando a Bologna nel 1926 si inaugurò lo Stadio, alla presenza di Mussolini.
Esperto e carismatico
Calciatore esperto e allenatore carismatico: Weisz mostrò grande perspicacia nelle strategie e capacità di empatia e comunicativa con le sue squadre. Nel gennaio del 1939, a seguito delle leggi razziali del 1938, i Weisz dovettero lasciare l’Italia e cercare riparo a Parigi. Ma la Francia non può offrire loro sicurezza e stabilità. Nel febbraio del 1939 Arpad arrivò in Olanda, nella cittadina di Dordrecht, dove la squadra di calcio locale necessita di un allenatore per evitare la retrocessione. Ma anche nell’Olanda occupata iniziarono le deportazioni e la famiglia dell’allenatore venne arrestata nell’agosto 1942.
Cinque squadre
L’omaggio a Weisz inizia con l’esposizione delle cinque maglie con il suo nome della società calcistiche in cui ha militato, appositamente realizzate per la collezione permanente del Memorial della Shoah di Milano: Inter, Bologna, Alessandria, Novara e Bari.
Debuttò come calciatore nell’Inter nel 1920 che allenò dal 3 ottobre 1926 (3-0 al Napoli), lanciando l’anno successivo il diciasettenne Giuseppe Meazza. Nel 1930 nel debutto come allenatore del Bologna (3-0 al Napoli).
Campione del mondo
Con i rossoblù vinse lo scudetto nel 1936 e 1937 e il torneo dell’Expò di Parigi nel ’36, sorta di campionato del mondo per club, infliggendo in finale, scrisse la “Gazzetta dello sport”, una vera lezione di gioco ai “maestri” ungheresi sconfitti per 4-1. Al ritorno Weisz e i suoi giocatori furono portati in trionfo per le strade di Bologna su un autobus scoperto, proprio come si fa oggi.
Bernardini centravanti
Tra i suoi meriti tecnici la trasformazione di Fulvio Bernardini in un formidabile centravanti, e l’invenzione di un sistema difensivo a cinque difensori, che combinava il “metodo” con il “sistema” inglese. Questo permise alla sua squadra di giocare “un calcio da manuale” con cui contribuì all’evoluzione del calcio italiano. Giocò una prima volta contro l’Italia con la sua Ungheria nel 1923, e fu un grande esponente della scuola magiara.
Fu un allenatore brillante, appassionato viaggiatore, uomo colto e curioso.
«Ma ancora pochi mesi – si legge nella mostra – e questi protagonisti come coriandoli prenderanno a sollevarsi oltre i fasti della cronaca per perdersi nel vortice tragico e impetuoso della storia».

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