Alessandra Ferri danza Bejart al Ravenna Festival

Si alza il sipario sulla danza di “Ravenna festival”; al teatro Alighieri da stasera a domenica ore 21.30, ieri, oggi, e domani si stringono la mano in un cerchio senza tempo. Avviene con la prima nazionale “L’heure exquise” (L’ora squisita) di Maurice Béjart ispirata a “Giorni felici” di Samuel Beckett. La star in scena è Alessandra Ferri (1963) che celebra 40 anni di carriera con una Winnie di malinconica solitudine che vive nei ricordi dei giorni felici.

Più volte il festival ha applaudito Ferri a partire dal 1998, l’anno in cui Béjart ideò “L’heure exquise” per Carla Fracci scomparsa da pochi giorni. La coreografia beckettiana torna in scena nell’anno dantesco, e il poeta fiorentino fu di riferimento nell’opera dello scrittore irlandese. Willie, il marito di Winnie, è interpretato dal tedesco Carsten Jung danzatore dell’Hamburg Ballet di John Neumeier; dal palco seguirà Micha Van Hoecke che fu partner di Fracci nella stessa coreografia, e autore per l’étoile Ferri a Ravenna festival nel ’98. La ballerina inglese Maina Gielgud, seconda Winnie dopo Fracci, ha rimontato questa coreografia che, attraverso la danzatrice milanese, continua a vivere.

Rientrata in scena da otto anni, dopo l’addio del 2007, Alessandra Ferri-Winnie vive una condizione fisica immobile, sepolta non più da una montagna di sabbia come in “Giorni felici”, ma di scarpette da punta.

Alessandra, come si sente in un ruolo così insolito per una ballerina?

«È perfetto per me, ideale per questo mio tempo, e per i 40 anni di carriera. Racconta di solitudine, di immaginazione, sentimenti che fanno parte di questo anno difficile, passato chiusi dentro, immobilizzati come Winnie con i nostri pensieri, fra ricordi e la speranza di giorni felici a venire».

Che dire di questa trasposizione coreografica?

«In Beckett Winnie è sepolta dalla sabbia, Bejart l’ha rivisitata in maniera geniale rendendola una ballerina âgée sepolta dal passato del suo vissuto, e il quotidiano di una ballerina sono appunto le scarpette. È incredibile come sia riuscito a tradurre il testo di Beckett in danza; gesti quotidiani come lavarsi i denti nella ballerina di Bejart diventano cucire lacci, farsi uno chignon, gesti a cui ci si appiglia tutti i giorni per non sprofondare».

Come vi siete preparati a una coreografia basata su gesti e non su virtuosismi?

«Con un lavoro intimo e introspettivo fatto tra noi tre (la coreografa Gielgude il ballerino Jung), per rendere il lavoro personale; cercando nel sottotesto il nostro vissuto, e ora in scena Carsten ed io continuiamo a scoprire sfumature dei personaggi. Ho chiamato Jung perché i ballerini di Neumeier sono educati a un lavoro anche interpretativo, a gestualità che raccontano. Winnie decide di essere sempre felice, perciò vola nei ricordi, rifiuta ogni nuvola che passa. In certi momenti fugge dalla realtà, è borderline, e ambiguo è il suo essere felice o la sua illusione».

Lei è milanese come lo era Carla Fracci; cosa ha rappresentato questa iconica danzatrice per la sua formazione di ballerina?

«Quand’ero bambina, “la ballerina” era Carla Fracci. Nei primi anni della scuola di danza lei rappresentava il sogno. Crescendo ho scoperto tante altre ballerine meravigliose che mi hanno ispirato, ma sicuramente Carla per noi tutte è stata una luce da seguire».

Quale il suo lascito più importante?

«Fracci è stata l’ultima grande ballerina romantica, apparteneva alla tradizione della danza che arriva da Maria Taglioni, chiude un’era. Poi il balletto, la danza, il mondo, si è modificata in tecnica, dinamismo, nell’ideale della ballerina, perciò ribadisco che veramente è stata l’ultima grande ballerina romantica».

Già ottantenne, in procinto di salire sul palco per un cameo, Fracci disse: «L’importante è non andare in pensione». Anche lei pensa la stessa cosa?

«Una mia collega ha detto che “non si può andare in pensione da se stessi”. La danza per alcuni artisti come per me e per Carla non è un lavoro, è parte di noi, è la nostra essenza, non puoi dunque andare in pensione da te stessa. Personalmente non pianifico, colgo le occasioni della vita e vivo molto d’istinto. Però mi ascolto, e capisco ciò che è giusto nel momento, quello che mi fa vibrare, che mi regala un’emozione. Essere perciò sul palcoscenico per esprimermi, significa aprirmi, volare, ed è la cosa che mi riempie di più, che mi fa sentire una con me stessa».

Di recente ha condotto una masterclass alla Scala, sta pensando dunque anche ad altro?

«In questo anno di Covid ho insegnato molto, al Royal Ballet, alla Scala, all’American Ballet, e ho scoperto che mi piace, che mi dà gioia passare il mio sapere alle nuove generazioni, è stata una bellissima scoperta. Intanto però ad agosto dovrei essere a Tokyo e da settembre mi attende la tournée di “L’heure exquise”».

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