Albergatrice russa contro la guerra: “Ucraine disperate, le aiuto”

«Sono russa, sì, ma sono contro la guerra». All’hotel Brenta di Viserbella, quello che è diventato il quartier generale per l’accoglienza dei profughi ucraini, le emergenze si susseguono l’un l’altra fino quasi a diventare «la normalità». Tatiana Babailova, albergatrice originaria della Russia, non ne fa mistero. «Di storie drammatiche ne passano sotto agli occhi tutti i giorni, ma non si può scendere a patti con questo orrore». I suoi occhi verde smeraldo sono brillanti ma stanchi, impegnati da dieci giorni in una lotta costante con il sonno e con la commozione. «Ieri una signora che fa la badante è venuta da me e piangeva. Mi raccontava che i figli e i nipoti stanno arrivando qui dall’Ucraina ma non sa come fare per accoglierli, non sa dove farli dormire, è preoccupata per la loro casa, per il loro futuro».

Le preoccupazioni e i timori sono una costante comune a tutti, un leit motiv che ricorre di bocca in bocca tra le centinaia di persone ospitate in hotel.

«Ci sono tantissimi bambini e per fortuna loro non si rendono conto di tutto quello che sta succedendo. Le loro mamme, invece, hanno tutti i mariti o i fratelli al fronte. È facile immaginare come stiano».

Tra chi arriva con una valigia o uno zaino con i pochi vestiti riusciti ad arraffare nell’ansia di una partenza improvvisa, ci sono anche bambini venuti al mondo solo da qualche giorno. Come Maxim, arrivato all’inizio di marzo, che Tatiana, russa, non ha potuto fare a meno di prendere in braccio e coccolare. «Mi ha ricordato i primi istanti di vita di mio figlio, che ha anche lo stesso nome. La politica – dice, riferendosi alle sue origini e alle nazioni in contrasto – è un cosa, la vita è un’altra. E la vita che prosegue sono proprio i bambini». A distanza di una settimana, dopo Maxim ne sono arrivati tanti altri, «ma tanti altri sono restati in Ucraina, per questo faccio un appello: basta guerra. E sono certa che tantissimi russi pensano la stessa cosa». «Per fortuna – dice Tatiana, ridendo, alleggerendo per un attimo la tensione – non ce l’ho scritto in faccia che sono russa, e io da parte mia non lo dico a tutti quelli che arrivano». In realtà, non c’è bisogno di parole: «Loro lo sanno, lo sanno che Putin non è tutti i russi. Qui, ucraini e russi lavorano insieme», dice, abbracciando la collega volontaria Irina. E tra le tante notizie che arrivano dal fronte, anche quella delle famiglie russe «che chiamano le case delle città ucraine in cui sanno esserci i figli a combattere prendendo in numeri a caso dagli elenchi telefonici per sapere se sono vivi o morti».

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