Al poeta Luigi Ballerini il premio Elio Pagliarani: l’intervista

Poeta, traduttore, saggista: a Luigi Ballerini, autore di opere di grande spessore tematico e formale, tra cui eccetera. E (Guanda, 1972), Che figurato muore (Scheiwiller 1988), e il recente Divieto di sosta (Nino Aragno, 2021), è stata dedicata ora la pubblicazione de Il remo di Ulisse. Saggi sulla poesia e la poetica di Luigi Ballerini (Marsilio), a cura di Ugo Perolino, che presenterà il 27 maggio alle 17.30 alla Biblioteca Pagliarani di Roma.

In precedenza il 25 maggio al Teatro Argentina gli sarà conferito il riconoscimento alla carriera del Premio Nazionale Elio Pagliarani.

Milanese, autore tra i più audacemente sperimentali (in epoca post novissima), Ballerini si trasferì negli Stati Uniti per insegnare Letteratura moderna e contemporanea italiana e americana dapprima all’Ucla di Los Angeles, di cui è professore emerito, poi dal 1971 a New York, prima alla City University e poi alla Nyu. Nel 1990 è tornato alla Ucla, per poi concludere la sua carriera di docente come visiting professor a Yale.

Nel suo saggio per Il remo di Ulisse, Vincenzo Frungillo ricollega alla poetica di Ballerini quella della Lezione di fisica di Pagliarani, ovvero la poetica di quelle che Frungillo definisce «le forze dispersive» presenti nell’opera dello scrittore riminese: la fisica quantistica, l’economia di mercato e infine, ne La ballata di Rudi, la finanza.

Ballerini, la “sosta vietata” cui lei fa riferimento è quella che Pagliarani descrisse come un approdo stilistico sempre temporaneo. «La poesia – lei scrive – è gettarsi a pescare e riportare al mondo idee nuove, è rischio e reinvenzione».

«Divieto di sosta significa chiaramente non solo non arrestarsi – altrove ho parlato di “uscita senza strada” – ma anche e soprattutto di non sottrarsi al restauro delle potenzialità espressive del linguaggio. La poesia deve protendersi, rioccupare senza schiacciarli gli spazi liberi del linguaggio, anzi trovarne laddove sembra che non ce ne siano».

Perché ritiene così importante in tal senso “La ballata di Rudi”?

«Composta nell’arco di trent’anni, la sua lunghissima incubazione, fino alla pubblicazione nel 1995, è lo specchio di una ricerca continua attraverso una serie incredibile di variazioni ritmiche. Si deve sconfiggere l’idea che negli anni Settanta ci sia stata una crisi della poesia. C’è stata una presa di coscienza che ha determinato nuovi percorsi e nuovi incantesimi. Pagliarani si mantenne saldo in quest’idea del non mollare. In un mio saggio su Pagliarani ho messo a confronto i finali delle sue due opere più note. Il fiume de La ragazza Carla sfocia in un estuario, quello della Ballata di Rudi in un delta. E questo è altamente significativo».

Cosa significa oggi meditare sul linguaggio, e cosa intende per forza del segno?

«Leopardi scrisse ne Lo zibaldone come tutto si sia perfezionato dai tempi di Omero, ma non la poesia. Nel mondo di Omero il linguaggio poteva dirsi sommamente fluido: una condizione ideale per il poeta. Oggi soprattutto, in epoca in cui l’uso scriteriato dei messaggi cibernetici sta azzerando il godimento che si potrebbe trarre da un uso consapevole del linguaggio, è necessario che la poesia ritrovi, o quanto meno tenti di ritrovare, quella condizione aurorale. Sembra strano, ma Leopardi lo dice chiaro e tondo: per progredire bisogna ritrovare. Lo si può fare in tanti modi, fino alla creazione di nuovi significanti “invetticottiglia”, “sgrondone” eccetera, come faceva Alfredo Giuliani, o perseguendo logiche perverse con il Pagliarani degli Esercizi platonici, ma non ci si può sottrarre a questo compito».

La reinvenzione del linguaggio divenne, in Pagliarani, la consapevolezza di dover acquisire, come lei scrive, «naturalezza, tensione», in sostanza di operare in modo che «sia robusta la poesia, se il suo fine è la gioia»: una dichiarazione del poeta riminese che lei include nel suo testo “Le ultime parole del poeta Elio Pagliarani”.

«Credo che la gioia di cui parlava Pagliarani debba coniugarsi con la nozione di impazienza, e che io iperbolicamente, in un altro testo dedicato a Pagliarani, chiamo furore. Gioia e furore, il fine della poesia è di accrescere vitalità, produrre piacere come istigazione, come traino appassionante verso la felicità».

Ecco i finalisti scelti dalla giuria Presidente Binga

Promosso dall’omonima Fondazione che porta il nome del grande poeta riminese (1927-2012) di svolgera il 25 maggio alle 17 alla sala Squarzina del Teatro Argentina, la cerimonia di premiazione della 7ª edizione del Premio nazionale “Elio Pagliarani”. Conduce Maria Grazia Calandrone con letture dalle opere vincitrici.

I nomi dei finalisti nelle varie sezioni, indicati dalla giuria presieduta da Tomaso Binga, sono, per la poesia edita: “L’isola dei topi” di Alberto Bertoni (Einaudi, 2021), “Betelgeuse e altre poesie scientifiche” di Franco Buffoni (Mondadori, 2021): “Naturama” di Marcello Frixione (Oedipus, 2021). Per la poesia inedita: “La terza pagina” di Laura Caccia, ”Materiali handling” di Carolina Ievoli, “Cybernetica poiesis” di Marco Ricciardi.

Premio alla carriera a Luigi Ballerini, professore emerito di Letteratura italiana dell’Università di Los Angeles, cui sarà consegnata un’opera realizzata da William Xerra. M.T.

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