Agricoltura Forlì, allarme manodpera: “Servirebbero 5mila persone”

Le imprese agricole lanciano l’allarme manodopera, il Comune lo recepisce e fa da cassa di risonanza. Perché è tempo di raccolta nei tantissimi frutteti delle campagne di Forlì e Cesena, ma manca chi se ne occupi e così si rischia di disperdere una quantità inimmaginabile di prodotto con danni economici, ma anche sociali, incalcolabili. Ieri le tre associazioni provinciali di categoria – Coldiretti, Cia e Confagricoltura – e il sindaco Gian Luca Zattini, hanno voluto condividere un appello che, come afferma quest’ultimo, «deve coinvolgere tutta la cittadinanza, le organizzazioni sindacali e tutte le istituzioni, locali, regionali e nazionali, per trovare immediatamente sostegni e soluzioni a una carenza di forza lavoro che, sommata all’aumento generalizzato dei costi, sta creando la tempesta perfetta che porta uno dei settori trainanti della nostra economia verso una crisi, forse, irreversibile».

Il problema ha assunto quest’estate livelli di gravità mai raggiunti prima come spiega il vice presidente di Coldiretti, Andrea Ferrini. «La produzione dell’anno è sul punto di essere compromessa a causa dell’assenza di forza lavoro. Tutte le nostre aziende ne soffrono ed essendo nella stragrande maggioranza microimprese dai 10 ai 15 dipendenti, questo significa crisi». Mancano figure formate, specializzate, ma forse mancano lavoratori in senso assoluto. «La pandemia – aggiunge – ha spostato molte persone verso l’edilizia che, grazie ai bonus, offriva più reddito e maggiore stabilità e questo ha riguardato soprattutto gli stagionali dall’Est Europa che costituiscono il 40% dei lavoratori in agricoltura». Una quota non colmata dai nuovi flussi: «Duecento quelli attualmente autorizzati in provincia, ne abbiamo fatto richiesta per 800» spiega Eugenia Panciatichi di Coldiretti prima di snocciolare altri dati emblematici: «Nel 2021 a Forlì-Cesena sono state fatte 4mila assunzioni, ora le necessità sono impellenti e ne servirebbero mille in più, invece sono calate del 15%: il personale non basta neppure lontanamente a coprire il bisogno».

Cosa fare? «Valutare con i sindacati, i centri per l’impiego, altre modalità di inserimento, soprattutto più flessibili – spiega il vice presidente della Cia, Matteo Pagliarani –. Le nostre esigenze non sono quantificabili con ampio anticipo, il caldo, ad esempio, ha fatto maturare la frutta in anticipo, serve personale a “pronta chiamata” e tanto anche. Bisogna velocizzare i tempi, snellire i modi delle assunzioni e coinvolgere non solo gli stranieri perché non sono solo loro a lavorare nei campi». Le imprese agricole, sottolineano le associazioni «hanno un ruolo sociale, ma pagano anche un alto onere sociale: Forlì accompagni ci accompagni verso nuove politiche strutturate di integrazione». Qualcosa, in tal senso, come spiega l’assessora alle attività produttive, Paola Casara, «si sta provando a fare cercando collaborazioni con aziende a stagionalità prettamente invernale per incentivare lo scambio di professionalità, anche italiane, e dare più stabilità quindi ai lavoratori stessi».

L’emergenza manodopera in agricoltura è acuita da un ulteriore fattore che cambia tempi, modi e necessità, anche di lavoro, per le aziende del territorio: il cambiamento climatico. Se, ancor oggi, l’apporto fornito dalla diga di Ridracoli e dal Cer è sufficiente a rispondere alle esigenze degli agricoltori, il rischio di restare “a secco” è sempre dietro l’angolo. Per questo, Carlo Alberto Favoni Miccoli di Confagricoltura chiede «progetti nuovi e strutturali che non siano le semplici toppe che da troppo tempo mettiamo: la poca acqua che cade va quasi tutta persa, la priorità va data alla creazione di nuovi bacini».

Tesi sposata dal sindaco Gian Luca Zattini: «Con Romagna Acque abbiamo parlato della necessità di creare nuovi invasi o, comunque, riserve idriche aggiuntive – afferma –. Dare vita a gronde d’arricchimento significherebbe dare una parziale soluzione nel tempo ai problemi». E.P.

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