Spero che ormai pochi non abbiano capito il significato e l’importanza di quella che viene definita transizione energetica. I disastri dei cambiamenti climatici derivano dal modo in cui produciamo energia, cioè, essenzialmente, bruciando petrolio e carbone. Questo produce i gas serra che causano il riscaldamento globale e le cui conseguenze vediamo ormai, purtroppo, ogni giorno. Transizione energetica significa continuare a produrre energia, ma da fonti non inquinanti e rinnovabili (il petrolio e il carbone non si rinnovano, se non in milioni di anni, quindi per noi non sono rinnovabili). Vento, sole, mare. La strada della transizione è lunghissima e per ora un po’ troppo lenta, ma ogni tanto vediamo buoni passi in avanti. Uno di questi è sicuramente il diventare legge, anche in Italia, delle Comunità Energetiche.

Il percorso è partito da una Direttiva UE del 2018 (La Direttiva sull’Energia Rinnovabile), ed è passato dalla citazione delle Comunità Energetiche dentro al Decreto milleproroghe di febbraio scorso, fino ad arrivare alla firma del Decreto specifico, avvenuta a metà settembre scorso. Cosa sono le Comunità Energetiche e perché questo passo è così importante? Fino ad oggi l’unica forma di autoconsumo, cioè prodursi in proprio l’energia (per esempio con dei pannelli fotovoltaici) era consentito solo in modalità “1 a 1”. Cioè io mi faccio il mio impianto, e l’energia che questo produce serve a coprire i miei consumi. Se ne produco di più di quanta ne consumo, il resto va nella rete nazionale. Se, per esempio, io che vivo in un condominio, installo dei pannelli fotovoltaici sul tetto, l’energia che questi producono può alimentare solo il mio appartamento; e l’eventuale surplus va in rete. Questo rende difficoltoso ad esempio avere il permesso di installare un impianto su un condominio, perché occupa uno spazio comune, ma serve un solo condomino.
Ecco, con le Comunità Energetiche le cose cambiano. Il modello non è più “1 a 1” ma “1 a molti”. In pratica una comunità energetica è una associazione di utenti che condividono tutta l’energia prodotta all’interno dell’associazione, da fonte rinnovabile, al fine di coprire il loro fabbisogno energetico, indipendentemente dalla connessione fisica agli impianti di produzione. Il caso più semplice – ma non certo l’unico! – è di nuovo quello del condominio, dove i condomini si associano e condividono prima i costi di installazione di un impianto sul tetto, ma poi ovviamente anche i benefici dell’energia autoprodotta. Ma le Comunità Energetiche possono essere molto più complesse. Ad esempio, in un’area di città ci sono diverse abitazioni, alcune con pannelli fotovoltaici, altre no, e con un capannone industriale dove potere installare un grande impianto. Tutti loro possono associarsi e diventare una comunità energetica, che condivide tutta l’energia prodotta al suo interno. Attenzione, non è necessario che tutti i “soci” siano fisicamente collegati agli impianti. Se fanno parte della comunità avranno la loro quota di energia, presa dalla rete generale, dove l’impianto scarica il surplus della sua. Insomma, per essere più chiari: se io sono parte di una comunità energetica che fa capo a un campo fotovoltaico, non è necessario che da quel campo parta un cavo per casa mia. La quota che mi spetta mi verrà scalata da quella che prendo in rete, perché è comunque nella rete che il campo scarica l’energia prodotta.
È una novità, e ci vorrà tempo prima che prenda piede, ma è una piccola rivoluzione e, per una volta, va nella direzione giusta.

*Naturalista e Divulgatore scientifico – ex europarlamentare

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