L’emergenza Covid19 ha, per lungo tempo, e a ragione, scalzato ogni nostra altra preoccupazione. Non poteva essere altrimenti e mentre stiamo lentamente tornando a una semi-normalità, ovviamente le nostre preoccupazioni principali restano la presenza del virus ancora fra noi, e le conseguenze sull’economia che questo ha avuto e che drammaticamente stiamo vedendo e forse vedremo ancora di più nei prossimi mesi. Purtroppo per noi le altre emergenze, soprattutto quelle ambientali, non sono scomparse nel frattempo. Tra l’altro, più volte su queste pagine abbiamo rilevato come la crisi climatica e quella, più generale, ambientale siano collegate alla pandemia di coronavirus.

E dunque, nel frattempo, nuove brutte notizie ci raggiungono dal mondo scientifico, e ci mostrano, ogni volta di più, come sia necessario un drastico e irrimandabile cambio di rotta. Alcune di queste notizie sono lontanissime da noi, geograficamente, eppure purtroppo ci riguardano eccome. Ad esempio sappiamo che la città di Norilsk, in Siberia, ha avuto negli ultimi anni, circa il 60% degli edifici danneggiati da cedimenti del terreno. Perché, e perché ci riguarda? Perché Norilsk è la città più grande al mondo costruita sul permafrost. Il permafrost è lo strato di terreno permanentemente gelato che si trova, a profondità non minori di qualche metro, nel sottosuolo di varie zone, specialmente ad alta latitudine. Ovviamente rimarrebbe permanentemente gelato se non fosse che, con l’aumento delle temperature globali si sta invece sciogliendo. Per ora lo fa in maniera graduale, e già questo sta comportando serie conseguenze, come appunto i numerosi cedimenti del terreno, il quale non è più sostenuto e consolidato dal ghiaccio sotterraneo, e dunque frana. Secondo molti questa è stata la causa dell’incidente accaduto proprio a Norilsk, il 29 maggio scorso, quando una cisterna ha rilasciato nell’ambiente, e in particolare nel sistema fluviale, circa 20.000 tonnellate di carburante, devastando l’ambiente naturale con danni che saranno visibili per decenni. Il permafrost è presente in ampie aree della Siberia, dell’Alaska e del Canada. Il suo scioglimento è qualcosa di immane ed è una specie di manifesto, insieme ormai a tanti altri, che testimonia le conseguenze del riscaldamento globale. Ma ancora è difficile capire come questo possa riguardarci da vicino, poiché gli smottamenti del terreno avvengono in loco, ovviamente.
Ci riguarda perché dentro il permafrost ci sono intrappolate cose che sono lì da migliaia di anni e lì sarebbero meglio che restassero. Parliamo soprattutto, paradossalmente, di gigantesche quantità di gas serra, in particolare anidride carbonica e metano. Parliamo di 1400 gigatonnellate, un numero che diventa difficile da dire, figuriamoci da immaginare: 1400 miliardi di tonnellate di gas. E proprio qui sta il paradosso: noi abbiamo rilasciato gas serra in atmosfera in grande quantità, questi hanno causato l’effetto serra e quindi il riscaldamento globale; il quale scioglie il permafrost che rilascia altri gas serra in atmosfera, che aumenterà ancora di più l’effetto serra, e così via. Uno studio ha rivelato che per ogni aumento di 1 grado di temperatura terrestre, il permafrost può rilasciare l’equivalente di 4-6 anni di emissioni di combustibili fossili.
Che questo stia avvenendo lo sappiamo, non è un’ipotesi. Ma quello che ora preoccupa di più, molto di più, gli scienziati è che lo scioglimento possa innescarsi all’improvviso, almeno per ampie porzioni di terreno. Cioè come se a un certo punto il ghiaccio sotterraneo cedesse di colpo, e per larghe parti sciogliesse tutto insieme. Gli scienziati stanno già assistendo a un’escalation dello scioglimento del permafrost, ma un disgelo improvviso potrebbe sconvolgere il paesaggio e far rilasciare molto più carbonio che se scongelato lentamente.
Come se non bastasse, c’è anche la remota possibilità che là dentro ci siano batteri e virus potenzialmente pericolosi per noi. Nel 2016 un’ondata di calore intenso sciolse il permafrost e secondo le autorità locali, questo portò alla luce una carcassa di renna, da cui si è liberato il virus dell’antrace. Novanta persone furono ricoverate e un ragazzo perse la vita. Scenari distopici che per il momento restano per fortuna episodici, ma sui quali far finta di nulla è da irresponsabili.

*Naturalista e Divulgatore scientifico – ex europarlamentare

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