Affronte: restiamo a casa e pensiamo al futuro

Affronte: restiamo a casa e pensiamo al futuro

Prendiamola larga. La Terra ha 5 miliardi di anni, e nella sua storia ne ha viste di ogni tipo: sconvolgimenti epocali, disastri, rinascite e ripartenze. Fra i vari accadimenti che ne hanno contrassegnato la storia uno è avvenuto circa 300.000 anni fa, con la nascita, in Africa, della nostra specie. L’uomo ha tra le sue caratteristiche un’intelligenza sviluppata e la capacità di trasmettere cultura ad altri suoi simili, attraverso la parola, scritta o meno. Quindi ognuno di noi nasce già “imparato”, perché il sapere accumulato da chi ci ha preceduto non va perso ma aumenta nel tempo.

Tutto ciò ci consente, essenzialmente, di adattarci a qualunque ambiente, e di piegarlo ai nostri bisogni; di prosperare insomma. Di fatto, il nostro ecosistema è il pianeta intero e noi lo stiamo occupando tutto, in fretta. Eravamo 1 miliardo nel 1900, 2,5 nel 1950, 7,8 oggi. In crescita. Il nostro ecosistema si sta velocemente “riempiendo di noi”. Probabilmente siamo già oltre i limiti naturali.
In genere, in natura, quando una specie cresce troppo all’interno di un ecosistema, a un certo punto le possono succedere due cose, che quasi sempre conducono a un crollo della popolazione stessa. La prima è che le risorse naturali di cui la specie necessita inevitabilmente si esauriscono (chiamiamolo scenario a). La seconda è che la diffusione di nuove patologie e virus – che si diffondono più facilmente a causa della densità degli individui – regolano la popolazione delle specie, riportandola a una situazione di equilibrio (scenario b). In entrambi i casi la specie, in genere, non scompare ma si “ricalibra”, in altre parole, diventa sostenibile. Gli ecosistemi, prima o poi, raggiungono sempre un equilibrio.
Per quanto riguarda noi e il nostro enorme ecosistema, come siamo messi rispetto a questi due scenari? Nello scenario a, consumo delle risorse fino all’esaurimento, sicuramente male, se non cambiamo rotta. Siamo riusciti a trasformare dei materiali che ci hanno messo milioni di anni a formarsi, come il petrolio, in carburanti per produrre energia. Energia con la quale quasi niente ci è precluso. Grazie all’energia a basso costo, abbiamo dunque iniziato a sfruttare le risorse del pianeta come se fossero illimitate. Lo stiamo ancora facendo in maniera imponente, aggressiva, veloce e profonda. Ultimamente, molto timidamente, qualcuno ha cominciato a capire che così si finisce male, e abbiamo iniziato a parlare per esempio di economia circolare. Resta il fatto, su questo non ci sono dubbi, che gli umani che vivranno qua verso fine secolo dovranno consumare molto molto meno di noi. Volenti o nolenti. Chiamatela decrescita o come vi pare, ma alternative non ce ne sono.
Lo scenario b fa più paura, ma noi siamo stati molto bravi, e grazie alla scienza e alla ricerca, alla medicina in particolare, l’aspettativa di vita è passata (è bene ricordarlo) da 50 anni degli inizi del 1900 ad oltre 70 attuali, nel mondo, che in Europa diventano ben 78,3 (uomini) e 83,5 (donne). Questo nonostante qualche scossone che ogni tanto ci arriva. Il vaiolo, nel XX secolo, principalmente in Asia e Africa ha ucciso 300-500 milioni di persone. L’Aids è ormai arrivato a 25 milioni di decessi. Tutto bene quindi? Sì. Però attenzione. Lo stesso sviluppo economico che ci ha consentito, insieme al nostro bel cervello, di sviluppare una medicina così efficace e proficua, crea delle condizioni che invece aumentano le possibilità di contagio e diffusione di malattie. Merci e persone che si spostano ovunque e facilmente nel mondo fanno di noi gli ospiti ideali per patologie virali. A questo aggiungiamo che 50 anni di sanità efficace e ottime condizioni igieniche hanno fortemente indebolito i nostri sistemi immunitari. Poi ci sono i cambiamenti climatici, inquinamenti di vario tipo, perdita di ecosistemi naturali, sovrappopolazione e chi più ne ha più ne metta, che rendono scuro l’orizzonte. Non è un caso che l’aspettativa di vita sana cresce ancora ma in modo molto molto più lento e per esempio in Italia è in calo dal 2003.
E insomma, bisogna che a questo ci pensiamo, e agiamo di conseguenza. Che l’emergenza di questi giorni possa servire almeno a questo.

*Naturalista e Divulgatore scientifico – ex europarlamentare

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