La settimana scorsa il Parlamento Europeo ha votato la nuova Politica Agricola Comune (PAC). La PAC rappresenta l’ossatura della strategia agricola dell’Unione Europea e rappresenta, da sola, più del 30% del bilancio complessivo dell’UE (ben 358 miliardi di euro, per il periodo 2023-2027). Ovvio che ad ogni rinnovo, quindi ogni sette anni, la discussione sia letteralmente infuocata, e ovvio che quest’anno lo fosse ancora più del solito, perché questa PAC arriva dopo gli obbiettivi e la “visione” tracciata dalla UE, con il Green Deal, verso la lotta ai cambiamenti climatici, per la sostenibilità e la transizione ecologica.

L’agricoltura ha ovviamente moltissimo a che fare con questi temi e questa era anche l’occasione per concentrare le politiche future sulla fornitura di cibo sufficiente, nutriente e sano per tutti, sull’uso sostenibile delle risorse naturali, su un reddito dignitoso e stabile per gli agricoltori, sulla coesione delle aree rurali e urbane, sulla coerenza con gli obiettivi di sviluppo sostenibile, sul benessere animale e un agricoltura meno concentrata nella mani di pochi grandi produttori, per i quali i profitti vengono prima di ogni altra cosa.
Le cose da fare erano, o sembravano essere, molto chiare: finanziare i piccoli (e i nuovi) contadini invece di foraggiare le grandi aziende agricole e i grandi proprietari terrieri che nelle loro mani concentrano la gran parte della terra in tutta Europa; usare i sussidi per premiare gli agricoltori che lavorano con criteri di sostenibilità e in armonia con i sistemi naturali (e anche che trattano i loro animali in modo umano, ché non è affatto scontato o secondario); investire nell’agricoltura locale per rendere le catene di approvvigionamento più brevi e più eque, in modo che il cibo non debba sempre percorrere migliaia di chilometri per arrivare sulle nostre tavole.
Beh, è andata male. Il Green Deal è stato subito sconfessato e ignorato, il business as usual, leggi agricoltura intensiva, ha vinto. Per diversi motivi e su diversi fronti. Intanto i fondi che, come abbiamo visto, sono una cifra imponente, non saranno indirizzati e gestiti in maniera centrale, ma verrà lasciata libertà ai singoli stati. Sono troppi soldi e che muovono una filiera troppo ampia per non pensare che possano anche venire usati non per il bene di tutti ma per convenienza politica “del momento” (insomma, per creare consenso). E non è che tutti gli Stati della UE si distinguano particolarmente per la gestione dei fondi pubblici, giusto?
Inoltre, poco meno della metà di quei fondi, 162 miliardi, sono sussidi che vengono distribuiti agli agricoltori ma senza delle stringenti norme di tutela ambientale. Insomma, non devi essere virtuoso, per averli. Guarda caso finora, l’80% di quei sussidi è andato al 20% degli agricoltori: i grandi, quella dell’agricoltura e degli allevamenti intensivi. Questo punto lo spiega bene Eleonora Evi, eurodeputata del M5S (che ha votato contro la PAC, dissociandosi dalla linea del suo partito): “Dal 2005 al 2016, 10 milioni di persone hanno perso un lavoro in agricoltura e 4 milioni di aziende agricole sono state costrette a chiudere, tuttavia la superficie agricola è rimasta invariata. Segno che le grandi imprese, anche grazie ai fondi i fondi europei della PAC, diventano sempre più grandi, comprando le terre delle piccole, che finiscono fuori mercato. Sono aziende che praticano agricoltura e allevamento intensivi e distruggono la biodiversità, contribuendo in larghissima parte al 10% delle emissioni climalteranti europee del settore agricolo.”
Nella proposta iniziale della Commissione c’erano anche cose buone. Come i cosiddetti eco-schemi, cioè strumenti che dovevano permettere una distribuzione più mirata dei fondi e incentivare la diffusione di pratiche agricole attente alla biodiversità e alla tutela dell’ambiente e del clima. Ci sono ancora, nel documento votato, ma i criteri per accedere a quei fondi non sono più solo ambientali e legati all’impatto sul territorio e sul clima; no, sono stati aggiunti anche criteri prettamente economici. Ah, per non sbagliare, agli Stati viene impedito di introdurre criteri più stringenti. Altre norme di tutela dell’ambiente sono saltate via: si potrà persino, per dire, arare in alcuni siti Natura 2000, quelli non “ambientalmente sensibili”.
Tutte le associazioni ambientaliste hanno duramente criticato la nuova PAC, ma basterà dire che lo stesso Commissario all’agricoltura della UE ha criticato l’accordo perché non è in linea con il Green Deal. Il voto è stato vinto da una maggioranza formata dai SocialDemocratici, il Partito Popolare Europeo, e i liberali.

*Naturalista e Divulgatore scientifico – ex europarlamentare

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