Con i termini Blue Economy e blue Growth si intendono un vasto campo di attività, prospettive, politiche e gestioni, che riguardano il… blue, cioè il mare. Essenzialmente, a livello di Unione Europea, ma non solo, si sta esplorando una nuova frontiera di risorse. Il mare è visto, e non posso dire che questo non mi preoccupi, come la nuova frontiera di opportunità da cogliere e di risorse da sfruttare. Ovviamente, almeno a parole, in maniera totalmente sostenibile. Speriamo di avere imparato, da quello che abbiamo fatto con le risorse terrestri, esempio da non ripetere. Ci sono molte attività che si svolgono in mare, e che in modo stabile o meno, ne occupano uno spazio. E ce ne saranno sempre di più, in futuro.

Pensiamo ai corridoi di navigazione, alle rotte turistiche, agli impianti di allevamento, alle piattaforme di estrazione di metano o petrolio, alla pesca, ai “campi” di pale eoliche offshore, al prelievo di sabbie, o altri minerali, dai fondali. È evidente che queste attività necessitino di una gestione coerente ed efficace, che può portare a limitare i conflitti tra i vari settori e magari creare sinergie tra le diverse attività.
Secondo le linee guida dell’Unesco, del 2009, la pianificazione dello spazio marittimo è definita come “un processo pubblico per analizzare e allocare la distribuzione nello spazio e nel tempo delle attività umane nelle aree marine per raggiungere obiettivi ecologici, economici, e sociali che sono di solito individuate tramite un processo politico”.
Per questo, nel 2014, l’Unione Europea si è dotata di una Direttiva che istituisce un quadro per la pianificazione dello spazio marittimo e crea uno strumento comune per l’Unione.
Gli obbiettivi sono: limitare i conflitti tra i diversi settori e creare sinergie tra le diverse attività; incoraggiare gli investimenti garantendo prevedibilità, trasparenza e regole più chiare; aumentare la cooperazione transfrontaliera tra i paesi dell’UE per sviluppare reti energetiche, rotte navali, condutture, cavi sottomarini e altre attività, ma anche per sviluppare reti coerenti di aree protette; proteggere l’ambiente attraverso l’identificazione precoce degli impatti e delle opportunità di un uso polivalente dello spazio.
È importante sottolineare che la Direttiva lascia agli Stati membri la responsabilità e la libertà di pianificare le attività nelle proprie acque. Lo devono fare con l’obiettivo di contribuire allo sviluppo sostenibile dei settori energetici del mare, dei trasporti marittimi e del settore della pesca e dell’acquacoltura, per la conservazione, la tutela e il miglioramento dell’ambiente, compresa la resilienza all’impatto del cambiamento climatico. Gli Stati membri possono inoltre perseguire altri obiettivi, quali la promozione del turismo sostenibile e l’estrazione sostenibile delle materie prime.
Entro il 2021, ogni Stato dell’Unione deve presentare il proprio piano di gestione dello spazio marittimo. Purtroppo, sappiamo già che l’Italia non lo farà, nei tempi promessi. I Piani dovrebbero essere tre: Adriatico, Ionio, e Tirreno e l’autorità competente in Italia è il Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti.
L’Unione Europea, per raggiungere questi obbiettivi, ha già finanziato numerosi progetti che lavorano e preparano il terreno per arrivare a perseguire gli obiettivi. Due di questi progetti riguardano anche il nostro mare Adriatico. Si tratta rispettivamente di Adriplan e SUPREME che hanno svolto i lavori preliminari, e hanno, in qualche modo, messo alla prova tecniche e processi. Insomma, sono stati dei test, utili ma non sufficienti.
Eppure, anche le discussioni di questi giorni sul possibile parco eolico al largo della nostra costa mostrano come sia urgente una pianificazione e una progettazione degli usi del mare.

*Naturalista e Divulgatore scientifico – ex europarlamentare

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