Affronte: il nostro mare di plastica

Affronte: il nostro mare di plastica

Da almeno un paio di anni, o forse qualcosa in più, il problema della plastica nell’ambiente e in particolare in mare, è balzato agli onori delle cronache. Il che è un bene, e in effetti ha portato a qualche conseguenza positiva, basti pensare alle Direttive Europee emanate nel 2018, in particolare quella sulla plastica monouso, e alle ormai numerosissime iniziative che un po’ ovunque sono nate, sia come manifestazioni, per esempio le pulizie delle spiagge, sia come interventi e progetti veri e propri, con risultati spesso ottimi. Tutto ciò fa piacere, ma il problema resta enorme e in crescita.

Sì, perché continuiamo comunque a produrre nel mondo, ogni anno, ben 310 milioni di tonnellate di plastica, in aumento e non in diminuzione, sia chiaro. E continuiamo comunque ad avere ogni anno, altri 8 milioni di tonnellate che finiscono, purtroppo, in mare.
L’attenzione su questo tema ha portato anche al proliferare di numerosi e nuovi studi scientifici che spesso ci danno “fotografie” della situazione, davvero drammatiche. E’ il caso del nostro Mediterraneo, un bacino che “si presta” agli impatti umani, per le sue caratteristiche geografiche: è chiuso fra terre densamente popolate e per di più meta di turismo di massa, con numeri impressionanti: 200 milioni di turisti ogni anno, che in estate generano, secondo il WWF, un aumento del 40% dell’inquinamento da plastica.
Un ampio progetto chiamato “Medsealitter”, finanziato dall’Unione Europea, e condotto da vari partner con capofila l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), si è concluso nel 2019. Il progetto prevedeva una fase di ricerca in mare, svolta con imbarcazioni, aerei e droni, “a caccia” di rifiuti e di plastica. Che ovviamente è stata trovata in abbondanza. Ben oltre 5000 oggetti galleggianti registrati, di cui l’80-90% fatti di plastica. Enorme la differenza fra mare aperto e acque sotto costa: nel primo caso la densità era di 1-2 oggetti galleggianti per chilometro quadrato, cifra che invece nei pressi della costa saliva a ben 600 oggetti. Non è una sorpresa, ma i monitoraggi hanno poi confermato che le foci dei fiumi sono i punti di maggiore ingresso dei rifiuti in mare.
Fra gli oggetti sotto costa, la maggior parte erano cassette di polistirolo, 23%, o pezzi di polistirolo, 11% (in genere sono rifiuti legati alla pesca), poi bottiglie di plastica, 16% e buste di plastica 13%. Lo studio ha cercato la plastica anche “dentro” gli animali, analizzando 750 pesci della specie Boga, e 130 esemplari di Tartaruga Comune (Caretta caretta). Nel pesce, c’era plastica in poco più della metà degli individui, 51%. Nelle tartarughe va peggio: oltre il 65% ne aveva ingerita.
Pessima la situazione anche dei fondali: nel nostro Adriatico si trovano in media 300 rifiuti ogni chilometro quadrato, dei quali l’86% è plastica, in particolare usa e getta, come imballaggi industriali e alimentari, borse e bottiglie di plastica. La situazione peggiore è proprio dalle parti di casa nostra, o meglio un po’ più in su, dove lo sbocco del Po non porta solo grandi quantità di acqua dolce, purtroppo, ma anche rifiuti. Nei fondali di quest’area ci sono oltre 900 rifiuti per chilometro quadrato… Non stanno tanto meglio nemmeno i fondali di Corfù (oltre 800 rifiuti per chilometro) e di Dubrovnik (559 rifiuti).
Drammatici anche i risultati di un lavoro più recente, condotto sempre da Ispra, che ha messo insieme, facendo in pratica un compendio, tutti i più importanti studi fatti sulla plastica in Mediterraneo. Ad oggi, sono stati trovati frammenti di plastica in quasi 50.000 animali appartenenti a 116 specie diverse. Il 59% sono pesci, tra cui diverse specie che finiscono normalmente nei nostri piatti, mentre il restante 41% sono mammiferi, crostacei, molluschi, meduse, tartarughe, uccelli.
Nel contesto di interventi politici e normativi, manifestazioni, progetti e iniziative sul tema, tutti lodevoli, ogni tanto “fa bene” immergersi in questi numeri per ricordare che la pessima realtà è comunque sempre là fuori, e l’impegno a migliorare i nostri comportamenti e abitudini deve essere assolutamente costante e reale.

*Naturalista e Divulgatore scientifico – ex europarlamentare

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