“Esiste un solo pianeta Terra, eppure da qui al 2050 il mondo consumerà risorse pari a tre pianeti. Si prevede che nei prossimi quarant’anni il consumo complessivo dei materiali come la biomassa, i combustibili fossili, i metalli e i minerali raddoppierà, e parallelamente la produzione annuale di rifiuti aumenterà del 70 % entro il 2050.” Con queste parole si apre il “Nuovo piano d’azione per l’economia circolare”, emanato dalla Commissione Europea l’11 marzo scorso.

L’economia circolare, è evidente e non potrebbe essere altrimenti, è uno dei pilastri del “Green Deal europeo” che la Commissaria Europea Ursula von der Leyen ha presentato a dicembre scorso. È il documento che guiderà l’Unione Europea fino al 2050, e che punta essenzialmente a una transizione verde del modello di sviluppo dell’Unione. E, come detto, non può prescindere dall’economia circolare. Il nostro modello di economia attuale è invece lineare: togliamo risorse al pianeta, le trasformiamo in oggetti, strumenti e cibo, e poi in gran parte, buttiamo via quello che resta o quello che, dopo l’uso, non ci serve più. Questo crea due giganteschi problemi: l’esaurimento sempre più rapido delle risorse disponibili, e l’accumulo di grandi quantità di rifiuti. Questo tracciato lineare rappresenta tutta la nostra non-sostenibilità. Non esiste nulla in natura di simile a questo. Gli ecosistemi si basano su equilibri circolari: quello che per qualcuno è un rifiuto, diventa una risorsa per qualcun altro, e dunque torna in circolo.
Il problema di quante risorse portiamo via al nostro unico pianeta, non è mai abbastanza noto, spiegato, raccontato e compreso. Mai abbastanza. Le risorse che abbiamo in dotazione non sono infinite; si consumano. E ne consumiamo tante. Ogni anno portiamo via dalla palla di terra, roccia e acqua su cui viviamo, poco più di 100 miliardi di tonnellate di materia (100,6 per la precisione).
La metà di questa enorme montagna estratta dalla natura è costituita da sabbia, argilla, ghiaia e cemento usati principalmente per l’edilizia. Un altro quarto è dato dalla materia biologica, la biomassa, che ovviamente usiamo per alimentarci e in piccola parte per produrre energia (i bio-combustibili). Poi abbiamo un 15% dato da carbone, petrolio e gas che usiamo per produrre energia e infine un 10% che sono minerali metallici che utilizziamo in tantissimi modi differenti. In pratica, dei 100 miliardi di tonnellate iniziali, 52,6 miliardi producono prodotti di breve durata, mentre gli altri 48 miliardi, va in beni di lunga durata.
Ogni persona sulla Terra utilizza 11 tonnellate di materiali, ogni anno. Ovviamente è una media, infatti nei 52 stati con il più alto tenore di vita si consumano risorse in misura 10 volte superiore a quelle dei paesi più poveri. Di questi materiali, solo un terzo di questi durerà più di un anno (per esempio le automobili), ma addirittura circa un quarto sarà presto scaricato come rifiuto, come avviene in larghissima parte per la plastica. Un 15% si trasformerà invece in gas-serra rilasciati nell’atmosfera, andando a contribuire al riscaldamento globale.
In definitiva, quanto di tutti questi materiali rientra poi in circolo, attuando appunto il modello dell’economia circolare? Secondo l’ultima stima, datata 2017, soltanto l’8,6%. Il valore è drammaticamente basso, ma è anche l’indicazione che tanto possiamo fare, e se lo faremo nel modo giusto, i vantaggi saranno enormi e in tanti ambiti diversi. Non solo per le ovvie conseguenze: minore consumo di risorse naturali, minore produzione di rifiuti, minori impatti sull’ambiente; maggiore, in definitiva, sostenibilità. È evidente che questo modello non può prescindere dal modo in cui produciamo i nostri beni, e dal modo in cui li utilizziamo. Nuovi modelli produttivi, e riorganizzazione di quelli esistenti, accompagnati di ricerca e innovazione si traducono in genere in nuove opportunità. E infatti, secondo Confindustria e Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile, attuare il modello dell’economia circolare, intervenendo sulle filiere produttive, potrebbe portate alla creazione di 540.000 posti di lavoro aggiuntivi nei prossimi dieci anni, nel nostro paese. È una delle tante opportunità da cogliere, oltre che ormai una via obbligata.

*Naturalista e Divulgatore scientifico – ex europarlamentare

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