È evidente che riciclare e riutilizzare non sono sufficienti per avere un’economia e una società ecologicamente sostenibili. Ci serve anche un modello che punti sui consumi: dobbiamo produrre molte meno cose, ma più utili, e dobbiamo farle durare nel tempo. Uno degli obbiettivi dell’Economia Circolare è proprio quello di avere meno oggetti in circolazione. In questo le dà una grossa mano la Sharing Economy, l’economia della condivisione. Vuol dire di fatto meno oggetti, ma usati da più persone.

Facciamo un esempio banale: in un condominio ci sono 10 appartamenti. Probabilmente 7-8 di loro avranno in casa un trapano elettrico, che magari useranno una o due volte all’anno. Che senso ha? Non sarebbe meglio che i condomini dividessero la spesa e comprassero un unico trapano, da usare a turno quando serve? Avremmo molti trapani in meno, meno risorse naturali consumate per produrli, meno rifiuti da smaltire quando saranno a fine vita.
Ovviamente la Sharing Economy è molto di più che usare lo stesso trapano. Secondo l’Oxford Dictionary “è un sistema economico in cui beni o servizi sono condivisi tra individui privati, gratis o a pagamento, attraverso Internet. Grazie alla sharing economy, si può agevolmente noleggiare la propria auto, il proprio appartamento, la propria bicicletta o persino la propria rete wi-fi quando non li si utilizzano”.
In effetti, la sharing economy prende molte forme diverse, persino difficili da inquadrare e catalogare. Alcune di queste sono ormai entrate nelle nostre vite, pensiamo al car sharing, cioè la possibilità, attraverso un’applicazione specifica, di condividere dei viaggi o dei percorsi, da realizzare attraverso mezzi pubblici o auto, che tendono chiaramente a far risparmiare sul costo complessivo del viaggio. Il car sharing è ricompreso nella sharing mobility, appunto mobilità che avviene con mezzi e veicoli condivisi: car sharing, bike sharing, scooter sharing, compresa la micromobilità come i celeberrimi monopattini elettrici, ma anche car pooling e analoghe modalità di condivisione. Anche gli spazi possono essere condivisi. È il caso dell’house sharing che permette di condividere la propria abitazione con altre persone o, semplicemente, una o più camere; ma anche del coworking, che porta a usufruire di uno spazio lavorativo condiviso, oltre che di risorse comuni (pc, telefoni, strumentazione, ma anche bollette e consumi). Stirando il concetto di condivisione si arriva anche a strumenti in cui quello che si condivide non è nemmeno più un bene o un servizio ma, verrebbe da dire, uno scopo o un obiettivo da raggiungere: per esempio il crowfunding, una sorta di microfinanziamento che funziona attraverso piattaforme specifiche per la raccolta di denaro, al fine di finanziare un determinato progetto.
Essenzialmente però, possiamo ormai distinguere due grandi categorie di economia della condivisione. In una, alla base c’è una grossa piattaforma che di fatto gestisce il servizio. Pensiamo a quelli che ormai sono diventati dei grandi colossi: AirBnB, BlaBlaCar, Uber, eccetera. Sono proprio questi giganti che, nell’era Covid, sono andati in grave sofferenza. Uber ha visto calare le prenotazioni dell’83%, durante la prima ondata del virus, annunciando subito pesanti tagli al personale. In questi modelli economici, la condivisione che sta alla base è un concetto che resta e che è importante, ma che in qualche modo è messa al servizio di una grossa azienda. Ci sta, e funziona (Covid permettendo), ma è nell’altra categoria che le cose si ribaltano in maniera virtuosa: c’è infatti un’economia della condivisione in cui alla base non c’è una piattaforma digitale ma… la base stessa, le persone. È una forma di sharing che nasce dal basso, dalle comunità, e punta a rispondere a dei bisogni. Dice Marta Mainieri, fondatrice di collaboriamo.org: «è la forma che ha dimostrato tutta la sua efficienza ed è uscita dall’emergenza Covid19 più forte di prima. È un fatto che ci siamo tutti resi conto che la collaborazione è vincente. Il Coronavirus ci ha insegnato che collaborando si è più forti. In tutte le pratiche di assistenza, welfare e mutuo aiuto, quello che ha funzionato è stata proprio la collaborazione tra pari. Penso alle social street, al volontariato e tutte quelle pratiche di vicinato basate sulla relazione».

*Naturalista e Divulgatore scientifico – ex europarlamentare

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