Fra i vari interventi letti in questi giorni sul progetto di parco eolico riminese, tutti rispettabili, alcuni riportano però impressioni palesemente false, come l’idea, ripesa ieri da Lidano Arcangeli sul Corriere Romagna, che l’eolico offshore sarebbe una tecnologia superata e in stallo, anche nel nord Europa. È invece vero il contrario. La Commissione Europea stima che entro il 2050 saranno necessari tra i 240 e i 450 GW di energia eolica offshore (attualmente siamo a 22 GW) per mantenere gli aumenti di temperatura, dovuti al riscaldamento globale, al di sotto di 1,5°C, come richiesto dall’Accordo di Parigi sul clima. Non è dunque affatto una sorpresa che l’Unione Europea sia leader mondiale, e di gran lunga, per le installazioni di campi eolici in mare.

E proprio quest’anno, nell’ambito dell’European Green Deal, sarà pubblicata una nuova strategia della UE sulle energie rinnovabili offshore. Già ora, il settore eolico contribuisce in modo significativo all’economia europea in termini di rilancio della crescita e di creazione di posti di lavoro sostenibili a lungo termine. Nel 2017 il settore ha fornito 356.700 posti di lavoro a tempo pieno nell’UE, su una stima di 1,45 milioni di persone che lavorano nel settore delle energie rinnovabili nel suo complesso.
Alla fine del 2019, nei mari europei, c’erano 5047 turbine installate. Di queste, ben 2225 sono nel Regno Unito, distribuite in 40 wind farms. Seguono la Germania con 1469 pale, in 28 parchi e la Danimarca con 559 turbine in 14 impianti. Staccati gli altri paesi. Non c’è l’Italia che, al momento, non ha campi eolici offshore. È vero ovviamente che la crescita dell’industria eolica offshore è stata favorita nei mari del Nord, dove c’è tanto vento e acque relativamente poco profonde, ma è anche vero che le potenzialità sono ancora davvero tante e le attuali politiche mirano a quadruplicare la capacità eolica offshore nei prossimi dieci anni. Si prevede che la sua crescita supererà di gran lunga l’aumento della domanda di elettricità, consentendo di utilizzare l’energia eolica in eccesso per produrre idrogeno, che a sua volta potrebbe ridurre l’uso di carbonio nei trasporti e nell’edilizia.
Ma il treno dell’eolico offshore corre velocissimo in tutto il mondo. Secondo un rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia pubblicato lo scorso ottobre, la capacità eolica offshore globale potrebbe aumentare di 15 volte e attrarre circa mille miliardi di dollari di investimenti entro il 2040. Ciò è dovuto al calo dei costi, alle politiche favorevoli e ad alcuni notevoli progressi tecnologici. Basti pensare che oggi il mercato dell’eolico offshore non si avvicina nemmeno lontanamente a sfruttare tutto il potenziale che, secondo le stime, potrebbe generare più di 420 000 TWh di energia all’anno in tutto il mondo. Cioè più di 18 volte la domanda globale di energia elettrica oggi.
L’Europa è stata pioniera nella tecnologia dell’eolico offshore e oggi, come già ricordato, la capacità dell’eolico offshore nell’Unione Europea è di oltre 22 gigawatt. Con le politiche favorevoli della UE, è destinata a salire a quasi 130 gigawatt entro il 2040 e potrebbe potenzialmente diventare la più grande fonte singola di energia elettrica dell’Unione. Anche la Cina corre veloce, e potrebbe ben presto superare il Regno Unito come il più grande parco eolico offshore del mondo, entro il 2025. La spinta vedrà la capacità eolica offshore della Cina passare da 4 gigawatt nel 2019 a 110 gigawatt entro il 2040.
«L’eolico offshore fornisce attualmente solo lo 0,3% della produzione globale di energia, ma il suo potenziale è enorme», dice Faith Birol, Direttore Esecutivo della Agenzia Internazionale dell’Energia. «Sempre più di questo potenziale è a portata di mano, ma resta ancora molto lavoro da fare da parte dei governi e dell’industria perché diventi un pilastro». Nella necessaria lotta all’eliminazione dei combustibili fossili, il vento di mare sembra una dei nostri alleati più forti e promettenti.

*Naturalista e Divulgatore scientifico – ex europarlamentare

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