Fra le risorse, limitate, del nostro pianeta c’è una che più di altre viene data per scontata e a cui si pensa poco. È il suolo, e la sua importanza è enorme. Il suolo garantisce all’umanità beni e servizi indispensabili per la nostra sopravvivenza per quella dei sistemi naturali; è composto da particelle minerali, sostanza organica, acqua, aria ed organismi viventi, occupa lo strato superficiale della crosta terrestre e ricopre 1/16 della superficie del pianeta, come una coltre molto sottile. Sul suolo noi poggiamo le nostre infrastrutture, i nostri impianti, le nostre abitazioni, consumandone ogni volta un pezzetto.

Ma il suolo ha innumerevoli altre funzioni, prima fra tutte fornire la base su cui produciamo la nostra alimentazione. È poi il deposito di materie prime come argilla, ghiaia, sabbia, torba e minerali. Il suolo è anche determinante per la stabilità dei versanti e per la circolazione idrica sotterranea e superficiale. Ovviamente, è di per sé anche un importantissimo habitat naturale, che dà ospitalità a una grandissima varietà di specie animali e vegetali.
Coprire una porzione di suolo con una lastra di cemento, o asfalto, o con una costruzione, non vuole dire solo coprire un pezzo di terra. Vuole dire perdere, in quella porzione di terreno, tutte le funzioni che esso svolge e tutte le caratteristiche naturali che contiene. Per sempre. Ecco perché l’espansione della nostra specie, e tutto il nostro costruito, ha così fortemente ridotto una risorsa invece fondamentale e assolutamente da preservare. Non a caso, nel 2015, la FAO ha prodotto la Carta Mondiale del Suolo, in cui sono elencati in un lungo elenco tutti i servizi essenziali e vitali che il suolo svolge per noi e per gli ecosistemi, e poi stabilisce “che i suoli siano gestiti in modo sostenibile e quelli degradati siano ripristinati.”
Purtroppo in Italia le cose non vanno benissimo e i dati messi insieme da Ispra nel rapporto pubblicato a luglio scorso dipingono un quadro con più ombre che luci. In un Paese a crescita demografica nulla (anzi, in negativo) sembra un controsenso che si continui a costruire su porzioni di suolo ancora intatte, eppure è così. Nel 2019 una nuova fetta di Italia, pari a 57 milioni di metri quadrati, è stata cementificata: fanno 2 metri quadrati al secondo, più o meno. Nella corsa a costruire la nostra regione è quinta (abbiamo perso 404 ettari di terreno), dietro a Veneto, Lombardia, Puglia e Sicilia, nell’ordine. Solo la Valle d’Aosta è vicina all’obbiettivo consumo di suolo zero, avendo perso solo 3 ettari, l’anno scorso.
Purtroppo, cemento e asfalto non sono l’unico fattore di degrado del suolo e del territorio. Altri fattori di rischio sono la perdita di produttività e di carbonio organico (i suoli trattengono carbonio e in questo sono nostri alleati contro il cambiamento climatico), l’erosione, la frammentazione e il deterioramento degli habitat. Si stima che dal 2012 al 2019 le aree molto degradate sono aumentate di oltre 1.643 chilometri quadrati e quelle con forme di degrado più limitato addirittura di 14 mila km quadrati. È assolutamente fondamentale che almeno i paesi già sviluppati arrivino in tempi brevissimi al consumo di suolo zero. È giusto e utile ricostruire e riammodernare infrastrutture e edifici, ma solo andando a sostituire quelli vecchi. Non possiamo più permetterci di perdere porzioni di una risorsa così vitale.

*Naturalista e Divulgatore scientifico – ex europarlamentare

Argomenti:

clima

energia

pianeta

risorse

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *