Scrivo queste righe di lunedì, dopo avere visto, a breve distanza, due telegiornali. Ampia parte è stata dedicata ai disastri nel nord del nostro paese. Fiumi che salgono di metri in poche ore, vento che abbatte alberi come stuzzicadenti, fino purtroppo al dramma delle due bambine morte vicino a Massa. Tetti che si scoperchiano e volano via come carta, auto sbattute a metri di distanza dal vento. Grandinate di dimensioni mai viste, nell’intensità e nel… diametro dei chicchi, campi e raccolti devastati. Il maltempo che colpisce l’Italia. L’eccezionale ondata di maltempo. Queste sono le frasi che sento. Beh, non è maltempo, è il nostro tempo meteorologico. È quello che abbiamo voluto, o quanto meno, quello per evitare il quale non abbiamo fatto niente.

Veniamo da un’estate infuocata e senz’acqua, l’ultima ormai di una lunga serie, e adesso questo. È il nostro nuovo clima. Abituiamoci in fretta, perché peggiorerà ancora. Leggo, in mezzo alla solita marea di inutili sondaggi, che ormai 3 persone su 4 nel mondo sanno cosa sono i cambiamenti climatici. E grazie. Per non vederli ora bisogna essere cretini. Eppure, ancora davvero pochi li percepiscono per come dovrebbero essere esattamente definiti: emergenza climatica. Emergenza; perché di questo si tratta. A noi le emergenze spaventano. Alle emergenze reagiamo. Nel mondo del Covid19 ne sappiamo qualcosa di emergenze giusto? Ebbene l’emergenza climatica non è ancora, in larga parte, percepita come tale. Né a livello di cittadini, né a livello di istituzioni. Almeno in Italia, perché ad esempio per le istituzioni europee, le idee sono ben chiare. Vedi il Green Deal Europeo, vedi le strategie per la transizione energetica, vedi l’obiettivo della neutralità delle emissioni al 2050. L’Unione Europa sa esattamente dove andare e qual è l’unico futuro possibile. L’unico sostenibile. Scriveva Fabio Bogo, lunedì scorso su Repubblica: “Il cronoprogramma europeo è dettagliato. Entro ottobre la Commissione valuterà i 27 Piani nazionali integrati per l’energia e il clima. Le valutazioni dovrebbero contenere anche le raccomandazioni di Bruxelles sulle modalità di integrazione dell’energia e del clima nei piani nazionali di ripresa. A questo giudizio è appesa la possibilità di utilizzare gran parte dei 209 miliardi del Recovery fund, da cui Roma pensa di ottenere ad esempio le risorse necessarie per il bonus edilizia, quel 110 per cento di rimborso che vuole prorogare anche per il 2021. Oltre che per far ripartire il Paese con infrastrutture e opere pubbliche. Poi bisognerà attrezzarsi per allinearsi a Bruxelles sulla Offshore energy strategy (fonti rinnovabili marine), sulla Smart mobility e sui carburanti sostenibili nei settori aerei e marini. Su tutti questi fronti lo stato dell’arte dei progetti italiani è carente se non addirittura inesistente.”
Lo snodo è cruciale. Ci sono i mille miliardi di euro che la UE metterà a sostegno del Green Deal, e ci sono i 209 miliardi, per l’Italia, del recovery fund. Eppure la progettualità italiana è “carente, se non addirittura inesistente”.
Io ho il terrore, lo confesso, che noi si possa sprecare questa occasione. Il Green Deal è un’opportunità eccezionale. Non è un sacrificio, non è un costo: è un’opportunità. Forse l’ultima grande opportunità per fare i conti con il sistema insostenibile che abbiamo creato, e che non sta più in piedi. Il mondo che abbiamo realizzato è ai limiti. Le conseguenze di questo ricadono pesantemente sulla nostra salute, il nostro benessere, la qualità delle nostre vite. Disuguaglianze sociali, disagio, crisi economiche, esaurimento delle risorse. È il sistema che si sfilaccia, e lo fa sempre più in fretta. È il momento di mostrare che abbiamo capito. Le risorse adesso ci sono; la consapevolezza, la volontà, le capacità, la visione necessarie, stando al deprimente dibattito politico, direi proprio di no.

*Naturalista e Divulgatore scientifico – ex europarlamentare

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