La settimana scorsa abbiamo parlato dell’acqua come risorsa, un bene vitale che noi occidentali diamo per scontato. E di come quella a nostra disposizione, come acqua potabile, sia solo lo 0,5% del totale. In effetti, sia per la crescita della popolazione mondiale, sia per il consumo e lo spreco eccessivo, sia per il deterioramento qualitativo della risorsa, ne abbiamo sempre meno a disposizione. Negli anni ’90, avevamo circa 9000 metri cubi di acqua per persona, scesi a 7800 nei primi dieci anni del 2000, e in previsione di arrivare a poco più di 5000 metri cubi pro-capite, nel 2025.

Dove una risorsa essenziale per vivere scarseggia, è facile, purtroppo, che questa diventi motivo di tensioni, conflitti, eventualmente accaparramenti. Se prendete una mappa in cui le nazioni del mondo sono colorate in base alla percentuale di persone che in quella nazione non ha accesso all’acqua potabile, vedrete che in Europa, Stati Uniti, Canada, Australia, Brasile non ci sono particolati problemi (per ora). E va bene tutto sommato anche nell’Asia nord-occidentale (Russia ed ex paesi dell’URSS). Nel resto del mondo le cose si complicano, specialmente nell’area sub-sahariana dove le nazioni in cui più del 20% della popolazione non ha accesso all’acqua potabile diventano tante, quasi tutte.
A questa mappa si può sovrapporre, e la corrispondenza sarà evidente, la mappa dei conflitti per l’acqua. Che sono appunto conflitti fra paesi, stati o gruppi per l’accesso alle risorse idriche dove, ovviamente, queste scarseggiano. Per l’acqua si combatte: nel 2018 la Banca Mondiale documentava, nel mondo, ben 507 conflitti legati al controllo delle risorse idriche. A volte l’acqua è la causa scatenante, altre volte ne è una concausa, come in Siria dove secondo molti, la siccità ha certamente contribuito allo scatenarsi della crisi. A queste due mappe se ne può sovrapporre una terza, e si avrà, in buona parte ancora una forte corrispondenza: la mappa dei cambiamenti climatici e le zone del mondo dove le conseguenze hanno maggiore impatto. L’aumento delle temperature, l’alterazione del regime delle piogge, e le siccità colpiscono duramente la disponibilità di acqua potabile.
Quando l’acqua inizia a scarseggiare, che ci sia qualcuno disposto a garantirsene l’accesso, anche con l’uso della forza, è purtroppo abbastanza comune. Anche perché la prima conseguenza della carenza di acqua è il crollo della produzione di derrate alimentari, come mais e riso. Quindi problemi che si assommano a problemi. Nella zona sub-sahariana, in particolare, abbiamo davvero tutto questo e non è un caso che da lì partano la gran parte delle rotte migratorie…
Non sempre i conflitti per l’acqua sono armati, ma lo scopo è lo stesso: accaparrarsi una risorsa a discapito di altri. Ecco allora le privatizzazioni, ed ecco il fenomeno del water grabbing, cioè l’accaparramento dell’acqua; in pratica un governo, una corporation, o comunque un’autorità prende il controllo, anche deviandone il corso, di risorse idriche preziose, sottraendole a comunità locali o intere nazioni. E in effetti c’è chi si muove di anticipo, sapendo che la risorsa è già scarsa e lo sarà ancora di più in futuro, e costruisce dighe e sbarramenti che di fatto, controllano e imbrigliano la risorsa, a discapito si chi sta a valle. Oggi si stima che nel mondo ci siano oltre 900mila dighe, di cui 40mila di grandi dimensioni. Caso emblematico, fra i tanti, quello del fiume Mekong, fiume gigantesco che attraversa Cina, Birmania, Tailandia, Laos, Cambogia e Vietnam dando sostegno, tramite le colture di riso lungo tutto il percorso, a oltre 200 milioni di persone e ad altri 60 milioni tramite la pesca. Negli ultimi anni tuttavia una serie di fattori sta alterando il suo equilibrio, tra cui la costruzione di oltre 39 mega-dighe lungo il suo corso, la modifica del regime idrico dovuta al cambiamento climatico e l’accresciuto prelievo idrico. L’Asia, dopo l’Africa, è in effetti il nuovo terreno di battaglia per l’oro blu.

*Naturalista e Divulgatore scientifico – ex europarlamentare

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