Affronte: l’economia scopre i rischi per l’ambiente

Come è noto, dal 21 al 24 gennaio si è svolto a Davos, in Svizzera, l’incontro annuale del World Economic Forum, una organizzazione senza scopo di lucro nata in Svizzera nel 1971, su iniziativa dell’economista Klaus Schwab. Il WEF organizza ogni anno un meeting nella cittadina svizzera, in cui si incontrano esponenti di primo piano della politica e dell’economia internazionale con intellettuali e giornalisti selezionati, per discutere delle questioni più urgenti che il mondo si trova ad affrontare, anche in materia di salute e di ambiente. L’associazione è finanziata da circa mille imprese associate, in genere multinazionali con fatturato di miliardi di euro.

L’incontro di quest’anno aveva sette punti all’ordine del giorno: Come salvare il pianeta, Società e futuro del lavoro, Tecnologia giusta, Economie più eque, Affari migliori, Futuri sani, Oltre la geopolitica.

Prima dell’incontro di Davos, è uscito il loro report annuale, che analizza i rischi maggiori che la nostra società si trova ad affrontare (Global Risks Report 2020). Il report nasce come una sorta di sondaggio, quest’anno realizzato sentendo oltre 750 persone, fra esperti e influenti personalità (i cosiddetti decision maker), ai quali viene appunto chiesto quali siano i rischi più probabili negli anni a venire e con quali impatti. Nel report appena uscito c’è un’importante, sebbene non certo rassicurante, novità: per la prima volta nella storia di questo sondaggio, tutti e cinque i primi rischi globali in termini di probabilità riguardano l’ambiente.

Vale la pena enunciarli per intero, così come sono scritti nel report:

  1. Eventi meteorologici estremi con danni ingenti a proprietà, infrastrutture e perdita di vite umane,
  2. Fallimento delle misure di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici da parte di governi e aziende,
  3. Danni e disastri ambientali causati dall’uomo, tra cui i crimini ambientali come lo sversamento di oli e la contaminazione radioattiva,
  4. Perdita importante della biodiversità e collasso dell’ecosistema terrestre o marino con conseguenze irreversibili sull’ambiente, che provocano un serio impoverimento delle risorse per l’umanità e le imprese,
  5. Catastrofi naturali gravi, ad esempio terremoti, tsunami, eruzioni vulcaniche e tempeste geomagnetiche.

Nelle pieghe e fra le righe del report, in qualche modo, si intuisce anche una qualche forma di soluzione. Tenendo presente che stiamo parlando di un Forum economico che ha quindi nella crescita e nello sviluppo la sua ragione principale di esistere. Eppure, chissà che davvero una parte delle risposte a questa enorme crisi ambientale non possano arrivare proprio, o anche, da una “svolta” economica. Si assiste infatti, secondo il Forum, a un forte aumento delle pressioni sulle aziende da parte di investitori, autorità di regolamentazione, clienti e dipendenti perché dimostrino la loro resilienza alla sempre maggiore incertezza climatica. Insomma il mercato forse ha cominciato a spingere nella direzione giusta e chissà che non riesca dove la volontà politica, o l’assenza della stessa, ha fallito.

Non si tratta più del grido disperato di qualche ambientalista d’assalto. Ad esempio le parole che seguono sono di un manager di un colosso delle assicurazioni, la Zurich: “Ecosistemi differenti dal punto di vista biologico sono in grado di assorbire grandi quantità di carbonio e offrono vantaggi economici enormi che si stima ammontino a 33 trilioni di dollari all’anno, ovvero l’equivalente della somma del prodotto interno lordo di Stati Uniti e Cina. È fondamentale che le aziende e i policy maker adottino più rapidamente la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio e passino a modelli di business più sostenibili. Stiamo già assistendo all’annientamento di aziende che non sono state in grado di allineare le proprie strategie ai cambiamenti nelle preferenze dei clienti e delle politiche.” Dove non poté la volontà politica, potrà il denaro?

*Naturalista e Divulgatore scientifico – ex europarlamentare

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