La battaglia che stiamo conducendo contro il coronavirus ci vede impegnati contro un nemico che è invisibile, da diversi punti di vista. È invisibile in senso letterale, ovviamente, ma lo è anche perché le informazioni che stiamo raccogliendo su di esso, nonostante un immenso sforzo del mondo scientifico impegnato a livello globale, sono piccoli frammenti di un puzzle complicato, che si va componendo giorno dopo giorno, ma che ha ancora grandi parti mancanti. Visto e considerato che il Covid19 ha colpito duramente aree a elevato inquinamento atmosferico, vedi Lombardia e Pianura Padana, una delle domande frequenti che ci facciamo è: c’è correlazione fra le due cose? La risposta, anzi le risposte, sono diverse a seconda dell’approccio che analizziamo.

Andiamo per ordine. È vero che l’inquinamento atmosferico, in particolare le polveri sottili, possono veicolare il virus? La risposta sembra essere negativa. Infatti, ed è notizia recentissima, sulle polveri sottili sono state trovate tracce di Rna (cioè di materiale genetico) del virus. Quindi è vero che particelle di questo si “attaccano” alle polveri sottili, ma a quanto pare questo non implica per forza che il virus sia attivo e abbia carica virale sufficiente per essere contagioso. Insomma, parrebbe una buona notizia. Ed anche più buona perché ci dà uno strumento in più, cioè la capacità di “vedere” il virus. Avremo dunque una ulteriore possibilità di testare la presenza del virus sul particolato atmosferico delle nostre città nei prossimi mesi, in modo da poter rilevare precocemente la ricomparsa del coronavirus e adottare adeguate misure preventive prima che inizi una nuova eventuale “risalita” dei contagi.
Ovviamente, sempre in questo ambito, c’è però un altro aspetto da considerare, una relazione di causa-effetto non diretta ma comunque importante. Infatti, come abbiamo purtroppo imparato bene, il virus mostra il peggio di sé, cioè ha conseguenze più serie, fino ad essere letali, su persone affette già da altre patologie, in particolare se legate all’apparato respiratorio. E purtroppo noi sappiamo bene, essendo stato più volte accertato, che c’è un legame stretto fra inquinanti atmosferici e patologie. L’inquinamento dell’aria è tra le principali cause di insorgenza di malattie respiratorie, soprattutto asma bronchiale e broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), responsabile ogni anno di oltre 350.000 morti premature in Europa. A subire le conseguenze maggiori sono i gruppi più vulnerabili della popolazione, soprattutto le persone anziane ed i malati cronici, in modo particolare i malati di BPCO e asma. È evidente dunque che in queste situazioni il virus trovi un terreno fertile per provocare molti più danni.
Infine, c’è da considerare anche la relazione inversa, cioè come la diffusione del coronavirus, e dunque le misure restrittive adottate per contenerlo, abbiano avuti effetti positivi sull’inquinamento dell’aria. Qui non c’è spazio per i dubbi. È evidente che con molti meno mezzi di trasporto in giro, con molti meno aerei che volano, con tanti stabilimenti produttivi fermi, gli effetti della dolorosa soppressione delle nostre libertà abbiano causato risvolti positivi sull’ambiente atmosferico. Gli studi si susseguono e diversi sono in corso. Ad esempio, il Royal Netherlands Meteorological Institute ha messo a confronto le immagini satellitari che mostrano le concentrazioni di biossido di azoto dal 13 marzo al 13 aprile 2020, rispetto alle concentrazioni medie dello stesso inquinante di marzo-aprile del 2019. I risultati, soprattutto per le grandi città, sono lampanti: Madrid – 48%, Roma – 49%, Parigi – 54%, Milano – 47%. Insomma, inquinamento da biossido di azoto dimezzato. La stessa analisi, ma su più inquinanti e usando i dati delle centraline di monitoraggio e no le immagini da satellite, è stata fatta sulla Pianura Padana da un team di esperti del Sistema nazionale di protezione ambientale (SNPA). Anche qui si conferma una riduzione generalizzata del 50%. Questi netti miglioramenti li stiamo pagando a caro prezzo, ma ci danno indicazioni sul futuro possibile che tutti stiamo dicendo dovrà essere “pensato” diversamente, ma chissà quanti sono pronti a provarci davvero.

*Naturalista e Divulgatore scientifico – ex europarlamentare

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