Abbiamo già parlato, in queste pagine, del collegamento fra nuove patologie e la crisi ambientale che il pianeta e la nostra specie stanno vivendo, a causa nostra, del nostro rapido espanderci ad ogni habitat terrestre, e della nostra fame di risorse naturali, consumate a ritmi vertiginosi e senza troppe preoccupazioni sulle conseguenze. Ci sono tanti articoli scientifici, purtroppo rimasti nel dimenticatoio, pubblicati anni fa, che preconizzavano la possibilità di una pandemia scatenata da una zoonosi, cioè trasmessa da un animale, a causa della continua “rottura” delle naturali barriere spaziali fra umani e altre specie animali. Che è quanto avvenuto con il Covid19.

Più difficile, per quanto se ne discuta tanto, è il collegamento fra diffusione di patologie e cambiamenti climatici. Eppure esiste, ed ha risvolti importanti. Diversi report o articoli stanno cercando di portare alla luce questi collegamenti, fra essi uno molto recente e ben fatto è stato pubblicato dal WWF, e si chiama “Malattie trasmissibili e cambiamento climatico. Come la crisi climatica incide su zoonosi e salute umana”.
Il coronavirus contro cui stiamo combattendo deriva da animali, come il 75% delle malattie infettive umane fino ad oggi conosciute. Molte di queste malattie vengono da animali domesticati, ma molte altre no. Queste ultime, di origine cosiddetta selvatica, secondo molti ricercatori potrebbero rappresentare in futuro la più consistente minaccia per la salute della popolazione mondiale. Visto che sono malattie di origine selvatica, è evidente che qualunque fattore che incida, per esempio, con la distribuzione in natura di queste specie, può rimescolare le carte in tavola, e cambiare le probabilità di incontro fra uomo e animali portatori di tali malattie. L’esempio più banale e scontato, ma per nulla irrilevante, è rappresentato da uno scenario, già fortemente in atto, in cui specie abituate a vivere a certe latitudini, dove trovano le loro condizioni climatiche ideali, adesso si spostano più a nord, perché con l’aumento delle temperature, anche queste aree ora diventano per loro “abbordabili”. Questo scenario riguarda specialmente le regioni settentrionali del nostro emisfero, quindi noi, che si scaldano più velocemente del resto del pianeta. Questo porta da noi animali conduttori di malattie anche gravi, che prima erano invece limitati dalle temperature troppo fredde. Sono state identificate 37 potenziali malattie infettive clima-sensibili per le regioni del Nord.
I casi osservati sono già molti, dallo spostamento sempre più a nord delle zecche (portano malattie come il morbo di Lyme, e l’encefalite TBE), a roditori responsabili di molte patologie (febbre emorragica e sindrome polmonare da Hantavirus), dalle zanzare tigre (che portano Dengue e Chikungunya) ad altre specie di zanzare legate a una vasta gamma di malattie trasmissibili all’uomo.
Un altro fattore importante, che lega patologie e cambiamenti climatici, è relativo alle modifiche del regime delle piogge. Anche se il quantitativo di acqua che cade in un anno rimane più o meno costante, cambia se molto se le piogge sono distribuite in un’unica stagione o in tutto l’arco dell’anno. Queste variazioni alterano anche le possibilità di sopravvivenza dei patogeni stessi nell’ambiente, o delle specie che ne fanno da vettori. Ad esempio la Chikungunya, diffusa da zanzare del genere Aedes, sta riemergendo in India favorita da condizioni termiche favorevoli e variazioni nel regime delle precipitazioni. Così come si ritiene aumenterà l’esposizione umana all’agente responsabile della malaria, particolarmente nell’Europa meridionale e Mediterranea, per l’instaurarsi di condizioni favorevoli alla diffusione dei vettori.
Persino il riscaldamento dei mari può avere conseguenze inaspettate. Un esempio tragico è il ritorno del colera, in aumento in tutto il mondo. È causato da un batterio naturalmente presente nell’ambiente marino, che dipende dal plancton, il quale a sua volta dipende molto dalle temperature e dagli ingressi di acqua dolce. Dunque, il cambiamento climatico e le inondazioni favoriscono la diffusione e lo sviluppo di epidemie di colera.
La casistica è amplissima e va ben oltre le poche righe di questo pezzo, che non vuole essere nulla di più che un’occasione per fare riflettere sulle conseguenze, che spesso fingiamo di non vedere, del nostro rapporto insostenibile con l’ambiente naturale.

*Naturalista e Divulgatore scientifico – ex europarlamentare

Argomenti:

ambiente

cambiamenti

clima

coronavirus