Affronte. Ambiente in Europa al 2020: un disastro

Affronte. Ambiente  in Europa  al 2020:  un disastro

Mentre proseguono i lavori della COP25 a Madrid, sulle cui conclusioni torneremo su queste pagine, è uscito mercoledì scorso il report “Ambiente in Europa – Stato e prospettive 2020”. Un lavoro monumentale, sono quasi 500 pagine, che fa il punto della situazione dell’ambiente nel nostro continente, a cura della Agenzia Europea per l’Ambiente. In pochi ambiti, l’impatto e le conseguenze di avere una Unione Europea, sono state così ampiamente positive e portatrici di benessere, come nel campo della tutela dell’ambiente e della nostra salute.

Eppure, sebbene le politiche ambientali e climatiche dell’UE abbiano prodotto notevoli benefici negli ultimi decenni, l’Europa deve affrontare problemi persistenti in settori quali la perdita di biodiversità, l’uso delle risorse, l’impatto dei cambiamenti climatici e i rischi ambientali per la salute e il benessere.
E infatti, i risultati del report sono impietosi: nonostante tutto, infatti, le cose non vanno affatto bene. Con il dato peggiore di tutti che riguarda la perdita di biodiversità e natura: qui falliremo certamente e miseramente praticamente tutti gli obiettivi. In questo ambito, dei 13 obiettivi strategici specifici fissati per il 2020, solo due hanno buone probabilità di essere raggiunti: la designazione di zone marine e terrestri protette. Tutti gli altri li falliremo, e non sono da poco. Si parla di: specie e habitat protetti, ecosistemi acquatici e zone umide, ecosistemi marini e loro biodiversità, stato dei suoli, inquinamenti chimici, cambiamenti cimatici e loro impatto sugli ecosistemi.
Ci sono poi altre due macroaree che il report analizza. La prima, ed è quella con i risultati migliori, sebbene non ottimali, è quella relativa all’Economia circolare, efficiente e a basse emissioni di carbonio. Gli unici due bollini rossi sono relativi alle “estrazione di acqua” e alle “emissioni di sostanze chimiche”. Da notare, in questa categoria, la voce “emissioni di gas serra” che ha la spunta verde. In effetti, al 2020, il taglio delle emissioni richiesto dalle normative europee (20%) è già stato raggiunto. Ma il bollino diventa rosso sia per il 2030 (taglio richiesto 40%), sia al 2050 (taglio dall’80 al 95%). Queste due voci restano rosse, perché le politiche attuali della UE, per quanto ambiziose, non sono sufficienti per rispettare questi valori. Serve di più, anche qua.
Infine l’ultima macroarea, dove le cose si fanno di nuovo brutte, con il rosso che la fa da padrone, è quella della “Protezione dai rischi ambientali per la salute e il benessere”. Insomma, sta male la natura, e stiamo male anche noi. Abbiamo infatti situazioni negative per inquinanti atmosferici, esposizione al rumore, inquinamento dell’acqua, inquinamenti chimici, tra gli altri.
Trovo comunque estremamente interessante questo guardare avanti, questa continua analisi della situazione e dell’efficacia delle misure e dei provvedimenti messi in campo. E senza raccontarsi tante frottole. È ovvio però che all’analisi deve seguire l’azione. È un momento nodale della storia della nostra società e dell’Unione Europea, che ha i mezzi e la visione per poter davvero imprimere una svolta. Ha anche la volontà? Vedremo.
Lasciatemi però riportare un’esperienza diretta. Al Parlamento Europeo ero membro della Commissione Ambiente. Ho quasi sempre apprezzato, in questo ambito, il lavoro della Commissione Europea, che in materia ambientale mostra di avere ben chiari il quadro della situazione, gli obiettivi da raggiungere, e i percorsi per raggiungerli. Dove il meccanismo si inceppa, purtroppo molto ma molto spesso, è prima nel passaggio parlamentare, dove le direttive spesso vengono diluite e indebolite dalle discussioni politiche e poi anche, e soprattutto, dal “muro” del Consiglio che, lo ricordo, rappresenta gli Stati Membri. Sono loro che in genere fanno ostruzionismo. E lo fanno anche dopo. Molte volte, direttive molto ben fatte (in campo ambientale potrei citare la Direttiva Habitat, la Direttiva Uccelli e la Strategia Marina) non vengono implementate in maniera adeguata, o non vengono implementate affatto, dagli Stati Membri. Triste, ma è così. Troppo facile poi dare la colpa a Bruxelles. Salvo poi ritrovarci con un report disastroso, come quello di cui abbiamo parlato.

*Naturalista e Divulgatore scientifico – ex europarlamentare

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