Affronte. Accordo di Parigi, cinque anni dopo

In questi giorni ricorre l’anniversario dell’Accordo di Parigi. Redatto e concordato 5 anni fa, resta il documento più ampio e l’impegno più grande che il mondo si è preso per contrastare i cambiamenti climatici. Io ero presente alle negoziazioni, a Parigi, e ricordo ancora molto vividamente la tensione e l’emozione per un momento che è poi rimasto storico. Speriamo che questo documento resti nella storia non solo per avere messo insieme attorno a un tavolo oltre 190 nazioni, ma anche come lo strumento che ci ha aiutato a vincere la battaglia contro l’emergenza climatica. Al momento non possiamo dirlo, anche se le cose non stanno andando, purtroppo, benissimo.

Il pilastro portante dell’Accordo di Parigi sono i cosiddetti NDC (National Determined Contribution), cioè gli impegni che i singoli stati hanno preso contro il riscaldamento globale, mettendoli per la prima volta nero su bianco, con obbiettivi al 2030 e al 2050. Era la prima volta nella storia che così tante nazioni si impegnavano formalmente. Nota bene: gli stati membri dell’Unione Europea non hanno i loro 27 singoli NDC, ma uno unico che li rappresenta e li comprende tutti, quello della UE, ovviamente, che alle conferenze mondiali sul clima delle Nazioni Unite parla con una voce sola.
Ci sono un paio di cose da sapere sugli NDC. La prima è che gli impegni in essi contenuti sono stati analizzati dagli scienziati e ne è emerso che se anche tutti gli stati rispettassero gli impegni presi in quei documenti, la temperatura globale si alzerebbe di un valore attorno ai 2,7 gradi, quindi ben oltre i limiti stessi dettati dall’Accordo di Parigi (1,5 gradi o al massimo, 2 gradi). Cioè, per la prima volta tanti paesi si prendono degli impegni sul clima, ma questi risultano largamente insufficienti. La seconda cosa da sapere è che, siccome gli NDC hanno obbiettivi a lunga scadenza, periodicamente vanno rivisti. E la prima scadenza per rivederli e, possibilmente, migliorarli era proprio nel 2020, cioè a 5 anni di distanza dalla loro stesura.
È abbastanza complicato tenere dietro a questi processi e reperire le informazioni su come stanno procedendo. C’è però chi lo fa per tutti, mettendo insieme dati e approfondimenti. Per esempio, il bellissimo sito di Climate Action Tracker (www.climateactiontracker.org) pieno di mappe, infografiche, e dati. Dal quale sito si vede subito, per esempio, che le revisioni degli NDC attese, lo ricordiamo, nel 2020, stanno andando molto a rilento. Al momento infatti, sono ben 164 (su un totale di 194) i Paesi che non hanno presentato i loro nuovi e rivisti NDC. E sia chiaro: nell’Accordo di Parigi c’è scritto che vanno ripresentati e devono essere migliorativi. Per cui, non aggiornare gli NDC entro il 2020 con un aumento delle ambizioni è una chiara violazione delle decisioni contenute nell’accordo di Parigi. Ma anche la semplice ripresentazione o la ricomunicazione di un NDC senza migliorare significativamente le ambizioni si qualifica come violazione dell’Accordo.
Per ora, i “buoni” sono solo tre: Cile, Norvegia e Vietnam che hanno già presentato un programma di riduzione dei gas serra più forte. Anche il Regno Unito, che non aveva un NDC, perché era compreso in quello europeo, recentemente ne ha predisposto uno suo, ambizioso e mirato ad arrivare ad emissioni zero entro il 2050, ma ancora il lavoro di redazione non è completo. Cinque Paesi – Brasile, Giappone, Nuova Zelanda, Federazione Russa e Singapore – hanno già presentato nuovi NDC, ma purtroppo senza aumentarne gli impegni e le ambizioni.
C’è grande preoccupazione invece per la volontà dichiarata di due enormi produttori di gas serra, Stati Uniti e Australia, di non volere migliorare i loro NDC. Per gli USA però si è riacceso un filo di speranza, con la fine del mandato di Trump, e la volontà già espressa pubblicamente di Biden di rientrare nell’Accordo di Parigi.
E l’Europa? L’11 dicembre 2020, i capi di Stato dell’UE hanno concordato di aumentare l’obiettivo dell’UE, e dunque ridurre le emissioni ad almeno il 55% entro il 2030. Questo obiettivo sostituirà l’obiettivo precedente che era “di almeno il 40%”, presentato nel primo NDC dell’UE. Il nuovo obiettivo alza quindi le aspettative del primo NDC, ma secondo gli scienziati, non è ancora sufficiente per rendere l’UE compatibile con l’Accordo di Parigi; sarebbero infatti necessarie riduzioni delle emissioni interne comprese tra il 58% e il 70%. In effetti, il Parlamento Europeo aveva chiesto una riduzione del 60%. Insomma, la UE resta leader nella lotta ai cambiamenti climatici, ma deve essa stessa fare di più.

*Naturalista e Divulgatore scientifico – ex europarlamentare

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