Affetti collaterali: storie di ordinaria infelicità

Ho tutto, più o meno. Un lavoro, un fidanzato, amici. Ho 29 anni e ho anche qualche progetto, andrò a convivere a breve, stiamo già parlando delle vacanze che faremo la prossima estate. Non ho avuto disgrazie particolari nella mia vita, economicamente non mi è mai mancato niente, dopo la laurea mi sono subito “sistemata”. Sono stata cresciuta con la spinta a non lamentarmi, a guardare sempre chi sta peggio. C’è sempre qualcuno che sta peggio, lo so. Quindi è con un po’ di vergogna che ammetto, qui, che mi sento infelice. Non so se sarei capace di dirlo ad alta voce, di confessarlo fuori da qui. Però mi capita di svegliarmi nel cuore della notte, soprattutto quando dormo da sola, e sentirmi angosciata, e chiedermi se la vita è tutta così, se mi sentirò prima o poi completa, soddisfatta e in pace. Devo avere qualcosa che non va.
Roberta

Catia Donini

Cara amica, in questo luogo virtuale di incontro, confronto, scontro cerchiamo sempre, come sa chi ci legge, di aiutarci con l’arma salvifica e potente dell’ironia, della sdrammatizzazione. A volte però, semplicemente, non è il caso. Perché Lei scrive qui qualcosa che non ha mai avuto il coraggio di dire ad alta voce, e quindi tira fuori una tristezza, una rabbia, un rospo (chiamiamolo come si vuole, pure Pierluigi o Mappazzone) che non riesce a metabolizzare.
Lei crede di avere qualcosa che non va, perché non le manca nulla ma non è felice. Non ha nulla che non va, solo che Lei racconta di una vita che sembra non essere la sua. Pare la spettatrice di uno spettacolo noiosetto, e mi ricorda la protagonista di “Donna per caso” di Jonathan Coe. Avere in mano un sacco di tessere di un puzzle non significa che questo vada a comporre qualcosa di definito. Lei è infelice e, a nemmeno 30 anni, non mi pare una cosa accettabile, così come svegliarsi chiedendosi se la vita è tutta così (senza colore, senza gioia, senza passioni). Ci sono un milione di cose che può fare, e solo una da non fare: restare in quel limbo dove sembra che Lei faccia tutto quello che si DEVE e non quello che VUOLE fare.
Non so abbastanza del suo fidanzato, o dei suoi amici, o del lavoro che fa per consigliare misure drastiche: ma provi a chiedersi cosa le piace davvero, cosa la fa sentire serena. Passeggiate, cucinare, gli animali, pitturare, guidare o andare in bici, ascoltare gli altri, le serie TV? Ci sarà qualcosa che la fa sentire placata, cominci da lì. Poi io una chiacchierata con uno psicologo la farei: senza focalizzarsi solo su chi sta peggio, ma cercando insieme a un occhio esperto ed esterno di capire come far uscire il meglio da Lei. Correndo anche il rischio di sentirsi meno “sistemata”, per usare un suo termine, più imperfetta, ma viva.

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