Affetti collaterali: d’amore e ingratitudine

I miei genitori si sono separati quando io avevo 16 anni, e mio fratello 2 di meno. Mio padre aveva un’altra e andò via di casa per iniziare una nuova vita, così disse, con questa persona.

Sono passati 15 anni, durante i quali mia madre ci ha cresciuto quasi da sola perché i soldi che mio padre doveva darci arrivavano un mese sì e due no. Ci siamo tutti rimboccati le maniche andando a fare la stagione, io e mio fratello abbiamo studiato, i rapporti con mio padre sono stati quasi nulli né lui ci ha mai cercato, giusto un messaggio a Natale o compleanno.

La sua relazione è finita male, e adesso sta con una ragazza molto più giovane, straniera. Affari suoi, ci siamo detti. Il fatto è che un mese fa è stato ricoverato e ha avuto la polmonite, tanto che si pensava fosse coronavirus.

Quando faceva fatica anche a parlare ci ha mandato a chiamare da un parente cui ha detto che voleva vedere me, mia mamma e mio fratello, chiedere perdono e ricostruire un rapporto.

Noi ci siamo andati, anche se poi non ci hanno fatto avvicinare al letto per precauzione, perché poteva essere contagioso.

Dopo qualche giorno ha iniziato a migliorare, e tutti ne siamo stati felici. Quando ci siamo presentati a trovarlo c’era lì con lui la ragazza, che non ci ha nemmeno guardato in faccia e in malo modo ci ha chiesto cosa volevamo.

Lui ha farfugliato qualcosa, ma tutto ciò che aveva detto a nostro zio se lo era dimenticato, diciamo così.

Poi non si è fatto più vivo. Sappiamo, sempre dallo zio, che è stato dimesso e sta bene. Non ci ha mandato nemmeno un messaggio.

Io mi sono sentita molto amareggiata, così come (credo) mia mamma e mio fratello, anche se non lo danno a vedere.

Antonia

Catia Donini

Cara amica, una lezione che prima o poi bisogna apprendere, nella vita, è che l’ingratitudine altrui è cosa che non ci deve riguardare. È triste, ma è così. Bisogna lanciare le cose buone che riusciamo a fare, pensare, dire come fossero sassi in uno stagno: guardiamo il lancio, la traiettoria, i cerchi sull’acqua, e tutto questo può essere un bello spettacolo, ma finisce lì. Nel momento in cui il sasso tocca l’acqua è finita, abbiamo fatto quello che dovevamo. C’è chi, in modo forse brusco, esorta a non fare il bene se non si è in grado di sopportare l’ingratitudine: non sarei così netta, di certo però non possiamo obbligare nessuno a esserci grati.

Nel caso specifico, voi vi siete dimostrati persone perbene, avete messo in un angolo il rancore che certo c’è o c’è stato e avete fatto la vostra parte. Finisce qui. Quella scena pietosa di un uomo – si suppone assai adulto – che nel momento del bisogno si spaventa e appena sta meglio si “dimentica” di voi, qualifica solo lui. Voi non avete nulla a che fare con tutto ciò. Per fortuna.

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