Achille Lauro: «Noi rapper adesso facciamo sul serio»

FORLÌ. Rivincite, ma anche tante battaglie e qualche ferita: questo si nasconde dietro ad Achille Lauro, classe 1990, che domani venerdì 19 aprile alle 15 alla libreria Mondadori di corso della Repubblica a Forlì presenterà il suo nuovo album “1969”.
Reduce dalla partecipazione al Festival di Sanremo dove ha presentato il brano “Rolls Royce”, certificato disco d’oro, e il cui video su Youtube ha ormai superato gli 8 milioni di visualizzazioni, il giovane cantante dallo sguardo che sembra avere radici in acque piuttosto complicate, ci racconta del suo ultimo album.
La sua ultima fatica è “1969”, perché chiamare il suo ultimo album proprio così?
«Perché gli anni ’60 e ’70 sono un periodo storico molto importante per tutti noi: erano gli anni in cui l’espressione artistica era ai massimi livelli, il mondo stava cambiando, c’era voglia di libertà, sessuale e non, di conquistare i propri diritti, di esprimersi, di ribellarsi. Sono accaduti tanti avvenimenti che hanno cambiato il mondo e il nostro modo di essere. Abbiamo recuperato alcune delle sonorità di quel periodo che hanno contaminato la musica».


I testi di queste sue 10 canzoni sono immediati ed estremamente semplici, quasi come fossero veloci scatti fotografici, ma cosa tenta di immortalare con la sua musica?
«Cerco di fare qualcosa di diverso per noi stessi in primis e poi per gli altri. Per esempio al Festival di Sanremo, avrei potuto portare altri brani ma ho scelto “Rolls Royce” perché volevo portare una canzone di rottura. Sono costantemente alla ricerca di qualcosa di nuovo».
Ad aprire il nuovo album è “Rolls Royce”, una canzone molto sentita nelle radio dopo ma anche molto discussa. Perché secondo lei?
«Molti artisti arrivano al festival della canzone italiana con brani costruiti apposta per Sanremo, ma noi no perché abbiamo portato un pezzo diverso rispetto allo standard. La manifestazione musicale dovrebbe essere lo specchio di quello che è la musica italiana oggi. Io e i miei compagni di viaggio eravamo già controversi di nostro perché prevenivamo da un mondo abbastanza lontano da Sanremo. Le critiche onestamente me le aspettavo; in molti hanno giudicato senza sapere cosa ci fosse realmente dietro a quel testo ma sono ben stato lieto di spiegarlo al pubblico. Abbiamo fatto molti sacrifici per arrivare fino a qui».
“C’est la vie” rappresenta una sorta di tentativo di fermare uno stato d’animo, quasi per non dimenticarlo. La sua musica è un tentativo di fuga dalla realtà o un gettarsi a capofitto nella vita?
«La musica è il tentativo di assecondare i propri pensieri, belli o brutti che siano, cercando di farne tesoro. Scrivo e canto quello che sento; d’altro canto le cose più belle sono quelle che nessuno dice: ecco io tento di tirarle fuori».


In “Je t’aime” fa un vero e proprio elenco delle cose che le piacerebbe avere, ma quale significato ha per lei la ricchezza?
«È il non preoccuparsi dei soldi perché il denaro non fa davvero la felicità».
Nella stessa canzone canta «non ci fermiamo mai», è davvero così?
«Direi proprio di sì; basti pensare alle rinunce che ognuno di noi si ritrova costretto a fare per riuscire ad arrivare».
Nel singolo “Roma” emerge un cambiamento interiore, ma cos’è cambiato nella tua vita?
«Direi molto; dopo Sanremo, è venuta fuori la nostra vera faccia, ovvero quella di non poter essere etichettati come un unico genere musicale, e di fare quello che ci piace e che vogliamo. Ora le persone hanno finalmente capito che facciamo sul serio questo nostro lavoro».
Il suo album si chiude con “Scusa”: da chi o da cosa si deve fare perdonare?
«C’è sempre da chiedere scusa, a volte anche a sé stessi e a volte alla vita che non riusciamo ad afferrare pienamente quando ci dà importanti occasioni».
E grazie invece a chi lo direbbe?
«A tutte le persone che lavorano con me e a quelle poche persone con le quali abbiamo costruito il nostro percorso, anche quando inizialmente non riuscivamo ad avere neanche un guadagno dalla nostra passione per la musica».

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