<La musica contenuta in “Back in black” è rock, solo rock: semplice, diretto, comprensibile; in grado di contenere il punk e la “avanguardia” in pochissime note, scavate nella roccia e inattaccabili, indiscutibili. E ancora oggi, dopo quarant’anni, utili come la grammatica per parlare per bene la lingua del rock>.

Le parole di Ernesto Assante hanno il pregio di cogliere quella che è l’essenza del percorso musicale intrapreso dagli AC/DC con questo album, in cui la band guidata dai fratelli Young, Malcolm e Angus, arrivò a dare corpo, nell’ormai lontano 1980, ad una definizione di “rock duro” in grado di resistere alle ingiurie del tempo. Hard rock consegnato alle future generazioni, visceralmente immediato e contrassegnato da un approccio agli arrangiamenti privo di fronzoli. Dieci brani, dalla forte componente ritmica, che tendevano al colore strumentale, ad una irruenza fonica allergica a intenti espressivi “gradevoli”.

Quella di “Back in black” era un’estetica musicale figlia del blues e del rock’n’roll, fatta di melodie che rivelavano un’impronta diretta e poco problematica, di formule accordali semplici, di una sezione ritmica che guardava all’essenzialità.

Su questo tessuto, che denotava una voluta riduzione dei mezzi, andavano ad innestarsi gli elementi più caratteristici dell’album e, in generale, della musica degli AC/DC: gli assolo e i riff di chitarra, pieni d’inventiva, dei fratelli Young; la qualità fisica e icastica del canto di Brian Johnson (una voce, la sua, baritonale, graffiante, “faringale”, tutt’altro che domestica e rassicurante…); i testi che facevano riferimento alla morte e ad una dimensione edonistica [“Whiskey, gin e brandy/ Con un bicchiere mi sento piuttosto a mio agio/ Sto cercando di camminare in linea retta/ Su una poltiglia acida e del vino scadente/ Quindi unitevi a me per un drink ragazzi, faremo un gran casino/ Quindi non vi preoccupate per domani/ Vivete oggi/ Dimenticate il conto/ Andremo all’inferno per pagare” (Have a drink on me); “Sono un tuono rotolante, una pioggia battente/ Sto arrivando come un uragano/ I miei lampi brillano nel cielo/ Tu sei ancora giovane ma stai per morire/ Non farò prigionieri, non risparmierò vite/ Nessuno si ribellerà/ Ho la mia campana, ti sto portando all’inferno/ Ti sto prendendo, Satana ti ha preso” (Hells bells); “Hey voi, uomini del ceto medio/ Buttate via i vostri vestiti eleganti/ E mentre state lì fuori seduti sulla staccionata/ Alzate il culo e venite quaggiù/ Perché il rock non è una cosa difficile da capire, amico/ Mi dà una bella sensazione, una bella sensazione” (Rock and roll ain’t noise pollution); “Tornato in nero, vado a dormire/ Sono stato via troppo tempo/ Sono felice di essere tornato/ Sì, sono stato liberato dalla forca/ Che mi faceva penzolare/ Sono stato a guardare il cielo/ Perché questo mi fa star bene/ Dimentica il carro funebre/ Perché io sono immortale/ Ho nove vite, gli occhi di un gatto/ Le ho usate tutte e sto correndo selvaggiamente” (Back in black)].

<Per noi – ha detto Angus Young – si è trattato alla fine di fare, con “Back in black” e tutti gli altri dischi che abbiamo registrato, quello che ci veniva meglio; e quello che ci veniva meglio era suonare rock’n’roll. Veniva fuori così, naturalmente. Forse derivava dagli strumenti che usavamo, due chitarre, il basso e la batteria. Basta mettere insieme questi elementi e ciò che ne deriva e del buon rock, del buon “driving rock”. Era questo il nostro stile. Ci abbiamo messo molto tempo a far sì che fosse accettato, ci abbiamo messo degli anni. Poi la gente ha imparato a riconoscerlo. Noi volevamo che il pubblico, appena ascoltate le prime note, dicesse: “Sono loro! Nessun altro suona così!”>.

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rock

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