Rimini. A scuola in pigiama, i prof: “Sono bravate da social”

Allievi a scuola in pigiama, comportamenti di sfida: la pandemia ha portato spesso a un tentativo di ridefinire ruoli e modo di dialogare tra studenti e docenti. Fioccano i commenti dei professori al grido di «Tutta colpa della Dad», ma anche «sono i genitori a negare il buon esempio».
Ha fatto scalpore qualche giorno fa la circolare che la dottoressa Lorella Camporesi, dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo “Centro storico” di Rimini ha indirizzato a famiglie, personale e classi della media “Alfredo Panzini”. A finire nel mirino l’abitudine di presentarsi a lezione in pigiama, anziché con «abbigliamento decoroso e adeguato», secondo il «rispetto dovuto al luogo e alla sua funzione istituzionale». Immediate le reazioni di chi siede dall’altra parte della cattedra, abituato a chiudere un occhio solo in occasione delle sfilate goliardiche a cento giorni dalla Maturità, oltre che alle feste di Carnevale, dove spesso è consentito cambiarsi nell’intervallo per indossare un costume chiassoso.

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Facendo il punto sulle ultime tendenze non usa giri di parole Federica Totaro, docente di Lettere al Liceo Volta-Fellini di Riccione, luogo che descrive come isola ancora felice quanto a atteggiamenti. «Questa moda è l’ulteriore segnale di una crisi di valori», sottolinea, visto che a «spingere alla trasgressione si ipotizza sia una sfida sui social». E individuando l’eco dei problema, troppo spesso minimizzato, reputa grave anche «l’appoggio accordato dai genitori che hanno perso il rispetto per il loro ruolo, per quello di adulti e in ultima analisi per la scuola».
Scuola che, riconosce, in «questi disastrosi decenni ha perso credibilità e serietà, screditata e vilipesa com’è». Ad accendere la lunga miccia della bomba, a suo parere, la Dad che ha tolto anche «quel velo di distanza che separava prof. e studenti». In pandemia, osserva, «abbiamo permesso agli allievi di vederci dentro le nostre case, negli spazi intimi di ognuno, interrotti da figli che richiedevano attenzioni, o distratti dalle pietanze che rischiavano di bruciare sul fuoco».
E pur riconoscendo il desiderio di «ribellarsi che è tipico dell’età», rileva che negli anni Ottanta la sfida era ricca di «maggior senso critico e intelligenza, cercando di lasciare il gregge per trovare una propria identità magari anticonformista», ma sempre rispettando «quel nemico che era incarnato nel sistema e rappresentato nella scuola», conclude.

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In linea Roberta Piovaccari, docente di Lettere all’Istituto Einaudi-Molari. «Negli anni Settanta le proteste a scuola erano il sinonimo di ragazzi che s’interessavano alla vita politica e sociale del Paese». E ancora: «Non dico che fosse giusta la politicizzazione in aula ma ora non si tratta più di proteste, solo di bravate da piazzare sui social perché sennò “non sei nessuno”».
Tutti comportamenti «da prevenire, dunque, in quanto contrari alle regole». Stessa frequenza per la collega di Grafica Daniela Gravina che ribadisce: «È un insegnamento essenziale per il futuro quando dovranno recarsi allo stage e nel mondo del lavoro». Del resto i professori sono i primi «a scegliere nel quotidiano un vestiario appropriato». Perciò occorre «seguire un dress code che metta al bando pantaloncini, magliette succinte, nonché minigonne vertiginose. Poi fuori è tutta un’altra storia».
In accordo il vicepreside dell’Einaudi Roberto Moroni che lascia un commento lapidario ma propositivo: «L’abbigliamento deve essere consono al decoro scolastico. Ci staremo più attenti tutti?». Intanto dal Malatesta la vicepreside Barbara Morri dichiara di sottoscrivere la «posizione della dirigente dell’IC Panzini. L’abbigliamento è importante – nota -. E in un istituto professionale alberghiero che prepara operatori dei servizi dell’enogastronomia e ospitalità diventa fondamentale per varie ragioni: l’igiene, l’accoglienza, la sicurezza, ma anche il rispetto per il ruolo e la propria funzione per gli altri».

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