A Russi “Il compleanno” di Pinter con Alessandro Averone

Il teatro è un approfondimento della vita reale, non è la sua esasperazione, tanto meno la sua mistificazione. “Il compleanno” di Harold Pinter, in scena al teatro Comunale di Russi stasera alle 20.45 con la regia di Peter Stein, è uno spettacolo che colpisce per la naturalezza con cui sdogana l’assurdo che permea le nostre vite borghesi. Stein, uno degli artisti più accreditati della scena europea del Novecento, stavolta si misura con Pinter; “Il compleanno” va oltre la dimensione dell’assurdo e illustra più di altri lavori del drammaturgo londinese il tema della minaccia che ne contrassegna la poetica.

La vicenda parte da una situazione apparentemente innocua per poi sfociare nell’inverosimile per via dei suoi personaggi. Individui paurosi, isolati dal mondo in uno spazio ristretto, infelici ma al sicuro. Fintantoché non arriva qualcosa, o qualcuno, a scuotere il loro pertugio e a rappresentare una minaccia. Un teatro che mette in scena individui soffocati dalla repressione, spesso neanche consapevoli della loro condizione, anzi convinti di essere in effetti uomini totalmente liberi.

Sul palco troviamo un intenso Alessandro Averone, interprete che il pubblico teatrale e non solo ben conosce, totalmente e splendidamente nella follia di Stanley, anima dannata in cerca della libertà.

Averone, perché intraprendere questo viaggio teatrale?

«Insieme a Gianluigi Fogacci, attore della compagnia, ci piaceva essere diretti nuovamente da Peter Stein; avevamo pensato a “Tradimenti” di Pinter. Ne abbiamo parlato con il regista che ha accolto bene la nostra disponibilità pensando però a “Il compleanno”. Da lì è partito tutto e il teatro Menotti di Milano ci ha prodotto».

Questa «commedia della minaccia» fu scritta dall’inglese Harold Pinter a soli 27 anni.

«La commedia parte da vicende apparentemente normali che evolvono in situazioni ostili o minacciose. Protagoniste sono persone che subiscono minacce da chi cerca di punire e cancellare l’identità altrui».

Lei veste i panni di Stanley. Come lo descriverebbe?

«È un pianista che non dà più sfogo alla propria arte perché minacciato da qualcuno. Si rifugia in una pensione e vive rintanato dentro le sue mura con i due gestori; qualcuno lo sta cercando ma non si sa bene di chi si tratti, emerge che possono essere esponenti di un’organizzazione. Stanley è un uomo borderline in fuga, intimorito da qualcosa; è trasandato e chiuso in sé stesso tanto da confrontarsi con i suoi fantasmi. È un uomo lasciato andare, come risucchiato da un tunnel torbido dal quale non riesce a uscire. Sappiamo che ha commesso qualcosa, anche se non si sa bene di cosa si tratti».

La fuga e l’indeterminatezza cosa rappresentano per lui?

«È un continuo camminare su un filo quotidiano di follia. Non potendo esprimere la sua arte, rinuncia a una parte molto vitale per la sua persona. Si limita a sopravvivere in balia della precarietà. In questo spettacolo emergono echi orwelliani – penso a 1984 – e toni kafkiani».

È la follia che sembra prendere il possesso della sua anima?

«Esattamente, è una conseguenza. È tipico di chi vive una vita intensa senza avere una corazza molto forte. Chi si getta a capofitto nell’esistenza, rischia sempre di più».

Lei è uno dei fedelissimi di Stein. Come definirebbe i suoi spettacoli?

«Ha un rispetto profondo e quasi maniacale del testo da cui trae i suoi spettacoli teatrali. Oltre alla grandezza e al prestigio di cui è investito, lavora benissimo con gli attori, valorizzandoli al meglio e dando loro più spazio possibile».

Cosa le piacerebbe arrivasse de “Il compleanno” al pubblico?

«Vorrei che capissimo quanto sia importante lottare contro chi tenta di ridurre o tagliare la nostra persona per zittirci od omologarci agli altri».

Commenti

Lascia un commento

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui