“A Kabul vent’anni fa le donne resistevano già: sosteniamole”

Era il marzo 2002, quasi vent’anni fa. L’occupazione americana in Afghanistan era cominciata da poco, dopo l’11 settembre. Una delegazione di donne di ong italiane partì alla volta di quel lembo di mondo per capire cosa succedeva, là, ad altre donne. L’aveva organizzato il Cisda, Coordinamento italiano sostegno donne afghane onlus, ne faceva parte anche l’imolese Tiziana Dal Pra, fondatrice 25 anni fa dell’associazione Trama di Terre, femminista storica. Con lei c’erano, fra le altre, la psichiatra Assunta Signorelli, Cristina Cottafesta, tra le fondatrici del Cisda stesso, Simona Lanzoni oggi vicepresidente di Pangea, attiviste e amiche di una vita.

Tiziana Dal Pra FOTO MMPH

Ricordare quel viaggio ha senso più che mai oggi che quel tragico film in qualche modo purtroppo si ripete. Come andò?

«Atterrammo a Islamabad in Pakistan e raggiungemmo Peshawar, a circa 150 chilometri dal confine con l’Afghanstan. Lì c’era un campo profughi con tantissime donne e bambini afghani nel quale erano impegnate le donne dell’associazione Rawa. Avevamo come obiettivo conoscere le attiviste afghane e vedere i luoghi dove operavano, portare appoggio capire quali erano i progetti che avremmo potuto supportare dall’Italia. Luoghi per lo più clandestini, in particolare le scuole di alfabetizzazione per le bambine camuffate da scuole di cucito. Anche se lì eravamo in Pakistan, i talebani avevano spie ovunque».

Come vi muovevate?

«Su un furgoncino con i vetri oscurati, un gruppo di donne occidentali avrebbe dato parecchio nell’occhio, e chi ci portava erano uomini armati coi kalashnikov. Ci si muoveva solo così. La prima cosa che ci dissero di mettere era un velo ampio che ci copriva la testa, anche se non ci piaceva era per la nostra sicurezza e per quella di chi era con noi. In un mercato vicino al campo profughi andammo a comprare delle stoffe, con cui nelle ore seguenti le donne del campo ci avrebbero cucito pantaloni e lunghe casacche da portare nei giorni seguenti. In quel mercato vedemmo le prime donne con il burqa, una in particolare chiedeva l’elemosina e le guardie pachistane cominciarono a picchiarla, io e Assunta intervenimmo d’istinto. Rischiammo grosso e solo le donne della ong riuscirono a sistemare la situazione. Capimmo subito che bisognava mantenere i nervi saldi e non farsi notare».

Quindi le donne erano organizzate e resistevano già vent’anni fa.

«Mi colpì subito la forza di queste donne. Rawa è una associazione nata subito dopo l’ascesa al potere dei talebani alla fine degli anni Settanta, ha mantenuto la clandestinità per scelta anche dopo. Non solo gestivano le scuole clandestine per le bambine, ma davano supporto alle altre donne e facevano scuola politica. In quel campo mi colpì una stanza in un edificio malmesso, ma quella camera era bellissima: arredata con le poltrone, le tende colorate. Era uno spazio di bellezza che le donne avevano costruito per loro, per essere ancora belle per loro stesse e per nessun altro. Li fu organizzata una manifestazione per l’8 marzo. Ci ritrovammo in quello spazio con gli uomini da una parte e le donne dall’altra e restammo perplesse. Poi capimmo che il problema non era come uomini e donne occupavano quello spazio, iln fatto è che quegli uomini erano lì per dare supporto e di loro parlò uno solo, poi parlarono solo donne e facevano discorsi politici importanti. Quello che dico è che oggi non deve essere vissuta con stupore quella capacità di resistenza che c’era già allora. Noi capimmo vent’anni fa che le donne afghane non hanno mai chiesto di essere salvate, hanno una loro storia, e prima dei talebani le donne andavano in giro anche là coi capelli sciolti e le gonne corte. Non possiamo credere di essere andati là come occidentali a insegnare qualcosa, non sono popolazioni incivili ma con un loro percorso di autodeterminazione che avevano avviato già prima dell’occupazione, quello che noi possiamo fare è supportarle, oggi come allora».

Da Peshawar lei poi riuscì a entrare in Afghanistan e raggiungere Kabul.

«Di 12 donne della delegazione riuscimmo a partire in 5, qualcuna era già andata a Kabul anche prima. Non era facile ed era costoso. Arrivammo in aereo a Kabul e restammo due giorni. Non nascondo che ebbi anche timore. Ricordo una città per certi versi spettrale, poverissima, con tante donne tutte col burqa e tanti bambini per la strada, ma anche frenetica con un brulicare di traffico incredibile. Visitammo la sede di una ong tedesca che aveva lì dei giornalisti e un gruppo di donne che con un progetto di microcredito stava avviando un allevamento di galline. Le donne erano molto cariche in quel periodo, l’occupazione in un certo senso aveva portato anche qualche speranza, ma Rawa, ad esempio, ha continuato a operare con i suoi metodi, autonomamente e clandestinamente, in particolare nei luoghi più lontani dalle città. Oltre alle tappe prefissate, non si poteva andare altro che in albergo, nemmeno nelle case e non ci muovevamo mai tutte insieme».

Anche oggi si legge di donne che resistono e che per salvarle portano il burqa a quelle che non ce l’hanno, che magari fino ad oggi non lo avevano conosciuto.

«Il burqa è servito a volte alle attiviste per salvarsi, alcune di quelle che ho conosciute si sono finte uomini per passare il confine. Ne portai a casa uno proprio da Peshawar, era un simbolo. Sotto il burqa le donne afghane che io ho conosciuto allora continuavano però a essere donne, a mettere anche lo smalto o il rossetto, a sciogliere i capelli. Si dirà: cose non fondamentali. Cose che però ti fanno restare quello che sai di essere e di poter essere. Una sfida che comportava grandi rischi e ora potrebbe essere lo stesso, perché non credo affatto ai “talebani moderati”, come vogliono proporsi ora al mondo».

Cosa fare quindi adesso, da qui?

«A livello internazionale mi auguro che nessuno riconosca un governo nato da un gruppo di fondamentalisti religiosi islamici. Sotto la sharia non esistono diritti e libertà in primis proprio per le donne. Ora magari è presto per capirlo, ma bisognerà dire di no. Credo sia utile sostenere le ong di donne che da qua e dal mondo sostengono le donne che là stanno continuando a resistere, quindi Cisda, Pangea, Nawa, ad esempio». Che a loro volta hanno rapporti con Rawa (Revolutionary association of women of Afghanistan), Hawca (Humanitarian association of women and children of Afghanistan), Opawc (Organization promoting Afghan women capabilities), Saajs (Social afghan association of justice seekers); Afceco (Afghan child education and care organization), Defence Committee di Malalai Joya, Hambastagi (Partito della solidarietà).

Quanto all’accoglienza?

«Ok ai corridoi umanitari, ma non bastano. Quelli valgono solo per quelle persone che le ong hanno in lista, e di tutti quelli che non sono in quelle liste che ne sarà con l’Europa blindata? Poi una volta accolte non basterà piazzare le persone nei centri di accoglienza, serve un’accoglienza diffusa, e nessun infingimento dettato da relativismo culturale: il burqa non va bene là, ma neanche qua».

“Da sotto il burqa il mondo è buio pesto”

Era azzurro, leggero, una specie di lenzuolo da fantasma. Lo vidi appeso tanni fa nell’ ufficio di Trama di terre, l’associazione che Tiziana Dal Pra ha fondato a Imola. Nella sede di un’ associazione femminista la sua presenza suonava come il più feroce dei moniti, il simbolo assoluto di tutto quello che non dovrebbe esistere in questo mondo. Non le chiesi se lo teneva lì apposta per quello, come uno spauracchio. Però le chiesi di potermelo infilare. “Se vuoi” mi rispose. Ci entrai dentro. Sotto un burqa, l’aria che respiri passa con più fatica attraverso le fibre della stoffa, ma no, non è come avere una mascherina davanti alla faccia, quello oggi ormai lo sappiamo tutti com’è, e non è la stessa cosa. Poi nello stesso momento in cui il tuo respiro cambia, cambia anche il tuo sguardo: smetti di vedere quello che avevi intorno, quella piccola finestra di rete che ti resta per gli occhi rende tutto meno nitido e puoi guardare solo dritto, o magari in basso, per guardare di lato, intorno, ti devi spostare tutta. E già per questo ti blocchi.

Pensi alla parola nascondersi. Solo che quando ci si nasconde da sole lo si fa magari per gioco, a volte anche per vergogna o per sfuggire a qualcosa di cui magari si è colpevoli, in ogni modo consapevoli. Si può nascondere qualcun altro per proteggerlo a volte, ma quando succede il pericolo arriva da un nemico e comunque l’oscurità deve durare meno possibile. Se qualcuno invece ti nasconde perché nessuno ti veda solo per come sei è per far perdere le tue tracce, perché nessuno ti trovi, ti ascolti, sappia che ci sei, e magari si dimentichi di te per sempre. Poi c’è un’altra cosa: quando ti nascondi da sola tu continui a vederti, sotto il burqa invece fai fatica tu stessa a vedere i pezzi di te, le tue mani, le gambe, la pancia, i tuoi piedi. Sotto il burqa le donne non si nascondono da sole, ci vengono nascoste da chi le vuole cancellare al mondo e magari a loro stesse. Visto da dentro nessun burqa è neanche vagamente azzurro, lì sotto è buio pesto e bastano pochi secondi per capirlo. LAURA GIORGI

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