A Forlì una casa discografica analogica per musica…vintage

In un’epoca dominata dalla perfezione digitale, nella musica la vera rivoluzione, passa attraverso l’analogico. Lo sanno bene Roberto Villa eAlberto Bazzoli, musicisti fondatori della casa discografica analogica (e studio di registrazione) forlivese L’Amor non muore. Proiettati verso un futuro fatto di innovazione strizzando l’occhio però a tutto il bello che riserva il vintage.

All’ingresso della sala di registrazione, un dépliant degli anni Sessanta, debitamente incorniciato, che pubblicizza le attrezzature storiche di Lombardi, apre le porte di un mondo sui generis fatto di strumenti del passato, di suoni, ma soprattutto di storie.

C’è un registratore Studer A80 a 8 piste in cui si legge tutt’ora il marchio Rai, recuperato nel teatro di Pennabilli. C’è un Banco Lombardi di 18 canali appartenuto all’orchestra di liscio Ely Neri con su scritto l’elenco completo della band.

E poi tastiere Mellotron, un piano elettrico Davoli, manopole e ingranaggi che sembrano poter scrivere da sé la musica più bella guidando il musicista verso il suono (im)perfetto.

Villa come nasce l’idea di una casa discografica analogica?

«Inizialmente è partita solo come studio registrazione, nel 2014, con l’idea di lavorare su nastro magnetico. Poi abbiamo iniziato a pubblicare anche dischi come etichetta discografica. La modalità analogica crea un tipo di musica con un’identità forte. Non sono in tanti del settore che lavorano in questo modo. Qui i musicisti trovano strumenti made in Italy, difficilmente reperibili altrove, al 90% vintage, dalla fine degli anni 50 alla fine degli anni 70, che richiamano un tipo di sonorità legata alle colonne sonore italiane del passato».

La resa del suono è diversa?

«È diversa, così come è diverso l’approccio alla registrazione. Rispetto al digitale per registrare un disco in analogico, c’è la necessità di suonare insieme e catturare il momento mentre si suona. Capisci subito se qualcosa funziona o meno. Su nastro hai la possibilità di sentire le tracce separate, ma non lo facciamo, mettiamo in play e abbiamo subito il suono della band. È il pensiero che sta a monte ad essere diverso».

Dove avete reperito la vostra strumentazione?

«Mio padre ha sempre suonato nelle orchestre, diverse attrezzature sono di famiglia. I musicisti che suonavano con lui buttavano gli strumenti vecchi, che ha conservato. Oggi hanno molto valore. Altri invece li abbiamo acquistati e restaurati».

Si può dire che il vostro sound ha un legame con il folklore romagnolo?

«Personalmente sono molto legato al folklore romagnolo pre-liscio di Secondo Casadei, ma anche di tantissimi altri artisti come Dervis Cappelli di Predappio musicista e compositore un po’ ingiustamente dimenticato».

Tra i vostri cimeli c’è anche un nastro con la voce di Lucio Dalla.

«È un nastro che ho trovato alla mostra-scambio di Gambettola. Si tratta della registrazione sonora di una serata di beneficenza all’Arena del sole di Bologna in cui si esibisce Lucio Dalla, perlopiù al clarinetto o come intrattenitore, insieme ad altri artisti, Gli Stadio, Luca Carboni e altri. Un nastro registrato in studio avrebbe avuto un valore diverso. Per noi ha comunque un valore emozionale».

Il futuro della musica ha un’anima vintage?

«La musica analogica potrebbe essere un buon modo per tornare a un’idea di qualità del suono, di pasta sonora che arriva in una data maniera. Abbiamo messo le band davanti a un modo diverso di approcciarsi alla registrazione e alla composizione. Gli abbiamo offerto uno stimolo artistico, dove nuovo e antico si mescolano. L’artista intelligente riesce a prendere il meglio da questi due mondi».

Di contro alla perfezione data dalle tecnologie riappropriarsi dell’analogico significa anche incorrere nella casualità, nell’imperfezione: nella vostra filosofia c’è anche una sorta di elogio dell’errore?

«Con questo tipo di lavoro si è costretti a farsi guidare dagli strumenti. Alla scoperta di elementi difficili da immaginare da subito. Lavorare in questo modo predispone il cervello a un’idea di possibile imprevisto, di un problema che poi diventa anche pregio, carattere. E rende unico il risultato».

Avete creato un tracciato per un modo nuovo di fare musica?

«Probabilmente sì. Gli studi di registrazione oggi propongono ai musicisti una rosa di offerte che comprende tutte le possibilità. A mio parere questa cosa è dispersiva. Sapere che esiste uno studio, che lavora in modo distinto, è un faro per chi cerca un suono diverso. Non mi convince l’idea di uno studio standard che possa rispondere a tutti i tipi di esigenze. È sinonimo di appiattimento».

Le vostre prossime pubblicazioni?

«Prossimamente uscirà un omaggio alla cantante jazz Jula de Palma, sospeso tra gli anni 60 e un’idea più moderna di fiati e archi e poi il nuovo disco dei Savana Funk».

Cosa vi augurate per il futuro?

«Non mi piace più di tanto sognare – conclude –. Preferisco lavorare, esplorare. Poi se dobbiamo produrre per un gruppo locale o una band internazionale non ha importanza. L’importante è riuscire a portare avanti il nostro lavoro con passione soprattutto dopo questi ultimi due anni, che sono stati deleteri per il nostro settore».

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