A Faenza una processione di 200 persone per far cambiare vita alle prostitute

Una folla di circa 200 persone ha partecipato martedì sera, in occasione della festa della donna, alla processione nelle zone calde della prostituzione faentina, manifestazione organizzata della Papa Giovanni XXXIII, dalle Parrocchie dell’Unità pastorale “Mater Ecclesiae”. Nel 2019, l’ultima volta che si svolse, l’iniziativa era denominata “Via Crucis per le donne crocifisse” e l’obiettivo era di esprimere solidarietà alle vittime di tratta, prostituzione, violenza. Alla luce degli ultimi eventi il campo è stato esteso anche alle donne coinvolte nella guerra in Ucraina: un’emergenza che supera i confini e i popoli e muove solidarietà trasversali per accogliere e aiutare le vittime di questo dramma epocale.

Itinerario di cinque chilometri

L’itinerario è partito dalla chiesa del Paradiso e si è concluso dopo cinque chilometri a Pieve Ponte. I partecipanti prima di muovere in corteo hanno ascoltato le parole del vescovo Mario Toso e del sindaco Massimo Isola. Il percorso si è poi inoltrato nelle zone frequentate dalle “lucciole” che però “stranamente” si sono come dissolte al palesarsi della processione. Fino a dieci minuti prima ce n’erano almeno cinque nel breve tratto dall’incrocio di via Risorgimento alla rotonda della via Emilia. Al corteo hanno partecipato anche gli assessori Martina Laghi, Davide Agresti e Milena Barzaglia oltre al parroco don Luca Ravagli.

Alla luce delle candele, accompagnati dal suono di una chitarra, sono stati divulgati con due amplificatori canti e preghiere durante la marcia e nelle stazioni, fissate in parcheggi, aree di servizio e spiazzi nei campi. Sono state scandite litanie. «Preghiamo per le donne di strada spinte ad abortire, preghiamo per i trafficanti affinché si ravvedano».

Le testimonianze

Sono state lette testimonianze come quella di Fatima, ragazza marocchina vittima di violenze, poi alle prese con un figlio e aiutata a trovare un lavoro fisso. Toccanti le storie di donne nell’uno e nell’altro fronte di guerra che combattono con la forza dell’amore e della vita: “la madre russa che dialoga straziata al cellulare con il figlio soldato ragazzino mandato al fronte e fatto prigioniero dagli ucraini. Quell’altra madre che leggendo su whatsapp le ultime parole del figlio prima di morire, maledirà per sempre chi glielo ha sottratto. Nina che incinta al nono mese, scappata da Kiev sotto le bombe, dopo uno straziante viaggio ha raggiunto l’Italia e messo al mondo Maria. Elena lavoratrice Ucraina che al primo ruggito di guerra è rientrata in patria per portare in salvo la figlia. Tania che aspetta impotente e rassegnata le bombe nel suo appartamento di Kiev, perché è impensabile portare in un bunker il figlio affetto da una grave sindrome.

Negli anni passati «abbiamo avuto numerosi casi di persone sottratte alla prostituzione, avviate a percorsi di recupero in case famiglia – ha commentato l’assessore Martina Laghi –. Ora il nostro impegno si è allargato ad aiutare chi fugge dalla guerra senza nulla per ricominciare a vivere».

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