A Bertinoro l'omaggio a Shakespeare del premio Novelli, Glauco Mauri

Sab 31 Agosto 2019 | Maria Teresa Indellicati


A Bertinoro l'omaggio a Shakespeare del premio Novelli, Glauco Mauri

Sun 15 September 2019 | Maria Teresa Indellicati

BERTINORO. Dopo Franca Valeri, Moni Ovadia, Mario Scaccia, Arnoldo Foà e molti altri protagonisti del teatro e dello spettacolo, oggi alle 18 è al grande attore di teatro Glauco Mauri che viene consegnato il Premio Ermete Novelli: a Bertinoro, nella chiesa di San Silvestro. L’evento, che rappresenta uno dei momenti culminanti della Festa dell’ospitalità, coincide anche con due importanti ricorrenze: il centenario della morte di Novelli, avvenuta a Napoli nel 1919, e il settantesimo della carriera di Mauri. L’attore ha collaborato con i maggiori registi italiani, da Squarzina a Strehler a Ronconi, e al suo attivo ha anche film come La Cina è vicina, Profondo rosso, Ecce Bombo. Per l’occasione, Mauri presenta insieme a Roberto Sturno Il canto dell’usignolo. Omaggio a Shakespeare.
Alla vigilia dei 90 anni
«Sono molto felice di questa bella occasione, non mi piace però parlare di un premio – commenta l’attore pesarese, che il prossimo anno toccherà la bella età di 90 anni – ma di un riconoscimento come uomo di teatro… Non mi interessa dimostrare di essere bravo o di saper fare belle battute, quello a cui tendo è aiutare le persone, grazie a questo lavoro, a mantenere la propria umanità.

Così, io e Sturno abbiamo scelto Il canto dell’usignolo proprio perché ci sembrava molto attinente a quello che vogliamo trasmettere oggi dal palcoscenico. Tratto da una bellissima favola di Lessing, racconta infatti come, a causa del gracidare assordante delle rane, un usignolo non voglia più cantare. Ma il pastore lo rimprovera, dicendo che è proprio il suo silenzio che condanna gli uomini a sentire il verso sgraziato delle rane… Ecco, questo breve racconto incarna totalmente la nostra idea di cosa deve essere il teatro: in questo momento, chi può cantare deve farlo, per coprire la banalità e la volgarità che imperano».
Il suo è un giudizio molto netto.
«Sono sulle scene dal 1952, da quando iniziai con il maestro Orazio Costa e la più grande scuola per me è stato stare in quinta a sentire e a vedere i grandi: Randone, Santuccio e tanti altri. Mi rendo conto quindi, facendo bilanci e confronti, che la cosa peggiore è la mediocrità, più dannosa addirittura della cattiveria. Parlando del presente, si aggiunge il disgregarsi del modo di porsi verso gli altri, del comprendersi vicendevolmente.

Uno Shakespeare per esempio, non giudica, ma cerca di capire i comportamenti… ma questo oggi si è perso, come si è persa la semplicità, il dire “scusa” o “ti voglio bene”: perché ce ne vergogniamo. La destrutturazione dei rapporti umani però porta all’odio e quindi bisogna reagire, alla mediocrità in primo luogo».
Lei si sente un ribelle, allora?
«Penso che occorra difendere le nostre idee, e per questo più che un ribelle mi sento un uomo: che cerca di dare dignità all’uomo».
Quale fra le opere che l’hanno avuta come protagonista le fa riconoscere maggiormente il carattere di cui sta parlando?
«Edipo re di Sofocle, con il rapporto fra padre e figli e il popolo di Colono che vuole cacciare lo straniero, o Macbeth oppure Finale di partita di Beckett che attualmente forse è l’autore in cui mi riconosco di più perché è quello che maggiormente pungola la società, ma è molto forte per me anche un’altra opera di Shakespeare: Re Lear».
Lo proporrà nei cartelloni teatrali della prossima stagione.
«A proporlo in effetti sarà la compagnia Mauri-Sturno, la più longeva realtà privata del teatro italiano… Quest’opera è il dramma della vecchiaia, l’età della vita che ti fa capire tutto, tutti i tuoi errori. Nell’infinita stanchezza degli anni arrivi a comprendere ogni cosa, in maniera sfumata, certo, ma completa e definitiva.

Ecco il dono dei classici: parlare dell’uomo, delle sue stagioni, della sua tristezza, dell’odio, dell’invidia, dell’amore. Ma sentirne parlare da loro, da uomini vissuti come Sofocle più di duemila anni fa, ci fa ancora maggiore impressione: perché parlano davvero di noi, e della nostra fragile umanità».

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