8 marzo: nuove opportunità per le donne romagnole

8 marzo 2022: un possibile punto di partenza per costruire il mondo di domani? In un momento così complesso, abbiamo scelto di interpellare sul tema cinque giovani donne, diverse per storie, età, scelte personali e professionali. Abbiamo chiesto loro di fare il punto sulla loro vita negli anni del Covid, e ora nel tempo di un conflitto che come europei ci tocca da vicino. Le cinque giovani donne hanno espresso un punto di vista altro, costruttivo e pratico, segnato dalla preoccupazione ma anche capace di guardare avanti.

«Negli ultimi due anni la Matilde che ha seguito tante lezioni in dad – racconta Matilde Montanari, studentessa liceale, cantante e ideatrice del progetto “Big fun no trip” contro lo sballo in discoteca – e quella che invece fa musica e ha dovuto saltare un sacco di concerti, si sono scisse. A noi ragazzi sono stati tolti due anni di adolescenza, ma questo ci ha anche fatto crescere, e apprezzare piccole cose che davamo per scontate. Realtà come CosaScuola Academy a Forlì ci hanno dato però strumenti per condividere la nostra arte, anche solo via cellulare, e questo ci ha fatto bene, ci ha fatto capire quanto sia grande la forza della musica, come sta dimostrando il video solidale di Radio Immaginaria “Play 4 Ukraine”».

«Il Covid ci ha messi tutti in difficoltà, per il presente e per il futuro – constata Jonida Lleshi, infermiera, 34 anni, madre di due bambine – e ci ha gettati nell’insicurezza e nella paura. Ora poi, questa guerra. Veniamo dall’Albania, un Paese che ha affrontato la dittatura e poi una guerra civile nel 1997, e abbiamo vissuto da vicino le guerre nei Balcani, in mezzo a Serbia e Kosovo: quei momenti hanno lasciato in me bambina tracce e paure che non avrei mai voluto che toccassero le mie figlie. Una speranza? Che l’Europa intervenga, ma in modo giusto, non con la forza, e che questa crisi terribile sia vinta dalla ragione e dalla pace».

Ha trent’anni Clery Celeste: dopo il Liceo classico si è rivolta a una facoltà scientifica e ha lavorato in un reparto di eccellenza come Neuroradiologia interventistica di Cesena. Autrice di poesia (“La traccia delle vene”) e di prosa (suo un contributo in “Otto racconti al tempo della peste”) ha anche partecipato a “Pasolini Undici#22” dedicato a Pier Paolo Pasolini da “Pordenonelegge”. «Ora però mi sono presa un momento di riflessione e sto coltivando un interesse che potrebbe diventare una nuova occupazione, la “counselor”, sempre attinente al lavoro della cura. In questa scelta radicale essere giovane e donna è stato decisivo ma lo è stato anche scrivere. Scrivere infatti dà un senso alla mia giornata, è un atto magico, la creazione di mondi che si realizza dando un nome alle cose. L’elemento femminile in questo è fondamentale: porta all’interno, al privato arcaico e potente, ma va recuperato, e unito al maschile e alla sua assertività».

Che il Covid potesse essere “anche” una opportunità lo pensava Simona Micheletti, medica radioterapista. «Come tutte le crisi, speravo che questa portasse a rivedere le cose in maniera positiva e propositiva, ma ora non sono più così ottimista. Vedo che le donne in particolare ancora non riescono a fare gruppo, quando poi arrivano a posizioni di direzione, si mettono… giacca e cravatta, invece dovrebbero mantenere l’empatia, la solidarietà, lo sguardo a 360 gradi, la capacità di assolvere a compiti diversi, doti di cui a volte neppure siamo consapevoli, e che invece costituiscono la nostra alterità. In Italia poi, anche se latente, esiste un forte maschilismo: ben vengano quindi le leggi a tutela della donna, ma è la cultura che deve cambiare. La situazione di questi giorni? La giudico una follia, da medico e da donna: le donne sono l’antitesi alla guerra, e devono fare il possibile per spazzare via il fango che sta alla sua base».

Francesca Satanassi, 22 anni, sta frequentando Conservazione e restauro dei beni culturali. «Sono anche capo scout e mi sento molto responsabile nei confronti dei bambini. Il Covid ci ha sottratto sicurezza e stabilità, ci ha piazzati per otto ore al giorno davanti a un computer senza possibilità di interazione con i docenti. Ora poi un’altra catastrofe, che sta minacciando le speranze di progetti di ricerca all’estero. Ma non abbandono i miei sogni, so che certe cose sono perdute, ma che sto anche incanalando le mie risorse verso il futuro. L’esempio sono le mie insegnanti, specialiste in un campo, quello del restauro, dominato fino a qualche anno fa dagli uomini. Guardo loro e lavoro a testa bassa, perché un domani tante ragazze possano studiare su una ricerca che porta il mio nome».

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