Tempio Malatestiano di Rimini: nuovo saggio di Pier Giorgio Pasini

Tempio Malatestiano di Rimini: nuovo saggio di Pier Giorgio Pasini
FOTO DI GILBERTO URBINATI

RIMINI. Al mirabile scrigno nel quale sono stati riposti i segni visibili della lunga tradizione mecenatesca della famiglia riminese dei Malatesta, Pier Giorgio Pasini ha dedicato il suo nuovo libro “Tempus loquendi, tempus tacendi. Riflessioni sul Tempio Malatestiano 1969-2017” (Minerva editrice).


«A Dio immortale e alla città», prima iscrizione in greco del rinascimento italiano, ovvero del rinascimento europeo, come sottolineava Augusto Campana, è il titolo della conferenza di presentazione di questo volume, ultima fatica dello storico dell’arte riminese per l’ultimo degli appuntamenti de “I maestri e il tempo” – dedicati ai 400 anni della Biblioteca Gambalunga – a cura di Alessandro Giovanardi e Oriana Maroni per la Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini. Appuntamento il 24 maggio (17.30) a Palazzo Buonadrata.


Una vicenda, quella del duomo riminese, a cui Pasini ha offerto molti fondamentali contributi di studio come “Il Tempio Malatestiano. Splendore cortese e classicismo umanistico”, edito da Skirà, e il più recente “Il tesoro di Sigismondo”.


Pasini, quali nuove osservazioni offre all’attenzione dei lettori?
‹‹Il libro ripropone dieci riflessioni sul Tempio, condotte durante mezzo secolo di studi. Sono state pubblicate sulla stampa specialistica (riviste o atti di convegni), e per questo non hanno avuto una larga diffusione. Dunque sono “nuove” per il lettore comune e anche per molti studiosi, ormai costretti a fatica a muoversi nella pletorica bibliografia del Tempio. Toccano vari problemi e questioni, ma sempre partendo dall’esame concreto dell’edificio e dei pochi documenti che lo riguardano, con un linguaggio non specialistico e perciò, spero, facilmente comprensibile››.


Perché ha posto come titolo la frase posta sul sepolcro di Isotta, “Tempus loquendi, tempus tacendi”?
«Si tratta di una massima derivata da un libro sapienziale della Bibbia, già attribuito a Salomone, che Leon Battista Alberti avrebbe voluto far scolpire un po’ ovunque nel Tempio, desiderato “ispiratore di filosofica saggezza”. Infatti figura in molte parti dell’edificio (almeno in una decina), non solo sul sepolcro di Isotta. Mi è sembrata adatta come titolo perché costituisce la chiave che permette di comprendere tutto l’interno del Tempio: invita a meditare sul tempo dell’uomo e su quello di Dio››.


Tra «splendore cortese e classicismo umanistico», come si collocò il ruolo avuto dall’Alberti con le sue soluzioni geniali, come quella ai problemi di staticità dell’edificio?
‹‹L’interno del Tempio rispecchia lo splendore gotico della vecchia corte. Invece il suo esterno costituisce un “esperimento” nuovo e tipicamente umanistico di riappropriazione dell’antichità, citata in maniera esplicita. In molti punti del trattato sull’architettura dell’Alberti, in parte scritto durante i lavori di costruzione del Tempio riminese, sembra di avvertire l’eco dei colloqui fra l’architetto e Sigismondo, come ho cercato di dimostrare. Soprattutto la solidità dell’edificio francescano doveva preoccupare Sigismondo che, aggiungendogli due grandi cappelle gentilizie, aveva corso il rischio di farlo crollare››.


Sigismondo: uomo del tempo rinascimentale o al termine della stagione medievale?
‹‹Il Tempio rispecchia bene le incertezze e le contraddizioni di Sigismondo, che non sono più tanto sicuro avesse una cultura profonda e veramente d’avanguardia come ci piace dire. Piuttosto penso fosse un grande ambizioso, e più curioso che colto. Forse era più un uomo del Medioevo che del Rinascimento, visti i suoi pochi interessi per le scienze razionali e per la storia vera e il destino dell’uomo (l’Umanesimo, appunto), con appena qualche temporanea e discontinua intuizione riguardante la cultura “nuova” che si sviluppava altrove. La corte riminese appare all’avanguardia sulla metà del Quattrocento per una fortunata serie di presenze artistiche, ma chiusa in se stessa e volutamente estranea al mondo cittadino, al “volgo”, come dice Valturio. La sua cultura perciò non aveva avvenire, era destinata a estinguersi con la caduta della potenza signorile. Come è stato, infatti››.

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