Daniele Susini, storie e volti della “Resistenza ebraica”

RIMINI. Vedere gli ebrei della Shoah con gli occhi di Hitler: scheletri viventi, numeri tatuati sull’avambraccio dietro fili spinati elettrificati. A far riflettere su questo vero e proprio errore di prospettiva interviene il volume scritto dallo storico riminese Daniele Susini e pubblicato dall’editore Donzelli, “La resistenza ebraica in Europa. Storie e percorsi 1939-1945”.

«Il titolo sembra quasi un ossimoro, eppure uno studio di oltre nove anni su fonti quasi tutte straniere – chiarisce Susini, ricercatore e docente con decine di progetti all’attivo sui temi della Shoah e della Resistenza – ha aperto squarci inediti su questa storia, che ho iniziato a indagare anche grazie al “Progetto Memoria” del Comune di Rimini in cui fui coinvolto da Laura Fontana. L’interesse per l’argomento, del resto, dopo il dibattito degli anni 60 e 70, si è riacceso ultimamente anche nella storiografia ebraica che ha proposto un punto di vista nuovo sui comportamenti tenuti dagli ebrei in tutta Europa, e ha contribuito a sottolineare l’unicità della Shoah».
La sua diversità da massacri anche recenti?
«Sì: si tratta di un evento comparabile ma non paragonabile ad altri, per dimensioni territoriali, numeriche e di tempo, per l’idea nazista dell’annullamento totale di un popolo, di fronte alla quale gli ebrei non si consegnarono però come vittime sacrificali. Le forme di reazione, o di resistenza, furono molteplici, compresa quella non violenta che mirava alla conservazione di sé e della propria famiglia, e di conseguenza del proprio popolo, di fronte alla volontà del regime nazista di cancellare le tracce stesse del passaggio sulla terra degli ebrei. Del resto prima dei campi, prima dei “sommersi” di Levi, prima ancora della “persecuzione delle vite” si verificò in tutta Europa la “persecuzione dei diritti”. Con una conseguenza: che se Hitler perse la guerra, non perse però la guerra contro gli ebrei. Un esempio? I paesi dell’Est europeo, dove vivevano milioni di ebrei, di cui spesso è stata cancellata anche la memoria».
Uno dei capitoli del suo libro parla del “Mito della passività degli ebrei”.
«Lo analizzo su un arco di tempo che va dall’Ottocento a oggi, prendendo in esame le tante responsabilità della sua creazione, compresa quella degli stessi sopravvissuti. Di conseguenza faccio anche una carrellata sui molti esempi di opposizione: dai combattimenti nei ghetti e negli stessi campi, alle operazioni di salvataggio. E un capitolo a sé ha la resistenza ebraica in Italia di cui furono attori circa 2.000 fra partigiani e patrioti. Nelle loro motivazioni l’antifascismo si intrecciava strettamente a un senso positivo di appartenenza all’ebraismo, in un amalgama indistricabile ben sottolineato da Natalia Ginzburg».
Il libro quindi tende a sfatare molti luoghi comuni.
«Vuole ricordare innanzi tutto i crimini del nazismo, colpevole di aver voluto tagliare la radice stessa dell’ebraismo in Europa, ma fa anche giustizia del pregiudizio relativo a un popolo ebraico “correo” della persecuzione e dello sterminio, e al contrario attore di una resistenza dai molti volti e dalle tante modalità».

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