RIMINI. Medaglie, libri, tarocchi, tappeti, vesti, gioielli, armi. Sono solo alcuni degli oggetti che appartenevano a Sigismondo Pandolfo Malatesta esaminati, in dialogo con altre fonti, da Elisa Tosi Brandi, dottoressa di ricerca in Storia medievale e docente dell’Università di Bologna.
Dai risultati dell’originale indagine è nato il libro Sigismondo Pandolfo Malatesta. Oggetti, relazioni e consumi alla corte di un Signore del tardo medioevo (Jouvence, 2020), in uscita nelle librerie e in e-book dal 5 novembre che l’autrice, in dialogo con Maria Giuseppina Muzzarelli, ha presentato domenica al Museo della Città per il Festival del mondo antico. A Tosi Brandi abbiamo chiesto di raccontarci il “signore di Rimini”

Partiamo dal titolo: come si può raccontare un personaggio partendo dagli oggetti arrivati fino a noi?
«Questo libro è l’esito di uno studio iniziato vent’anni fa sull’inventario dei beni di Castel Sismondo fatto redigere da Isotta degli Atti dopo il decesso di Sigismondo, avvenuto il 9 ottobre 1468. Il documento, conservato all’Archivio di Stato di Rimini, è stato oggetto di numerosi studi ed edizioni a partire dal XVIII secolo, ma nessuno finora ne aveva proposto un’indagine sul contenuto. Gli oggetti, costituiti da vesti, gioielli, vasellame, tessuti, armi e armature, tappeti, arazzi, libri che il notaio ha descritto accuratamente, non ci parlano solo della cultura materiale. Le cose tramandano infatti numerose informazioni che non si esauriscono nella loro descrizione fisica; esse testimoniano la cultura e i gusti, i modelli di consumo della corte malatestiana riminese attorno alla metà del Quattrocento. In questo studio l’inventario di Castel Sismondo dialoga con altre fonti riguardanti altri oggetti appartenuti a Sigismondo, portatori di simboli materiali e immateriali, valori personali e sociali, legami affettivi».
Ha presentato il suo volume al “Festival del mondo antico”: anche il collezionismo di Sigismondo potrebbe essere considerato una “magnifica ossessione”?
«Al tempo di Sigismondo le corti avevano iniziato ad accumulare numerosi beni nelle proprie residenze. Si trattava anche di oggetti preziosi e di lusso non necessariamente riconducibili all’idea di opera d’arte che si svilupperà nei decenni successivi. Quella di Sigismondo è un’epoca di passaggio tra un mondo, una cultura che sta per terminare, quella medievale, e una nuova che si affaccia e che identifichiamo con le novità umanistiche e rinascimentali. Al tempo di Sigismondo le residenze signorili possedevano oggetti di uso quotidiano accanto ad altri di lusso e più ricercati da mettere in mostra durante le occasioni pubbliche. Mobili raffinati, vasellame da mensa prezioso, arazzi – più pratici perché mobili rispetto agli statici affreschi – vesti e gioielli, primi indicatori della magnificenza signorile su cui la corte malatestiana aveva investito enormi risorse economiche».
Alla continua ricerca di novità
«Dallo studio sulle cose di Sigismondo – continua Tosi Brandi – non emerge il collezionista umanista appassionato di oggetti antichi come fu per esempio Leonello d’Este. Il Malatesta fu certamente un appassionato della cultura antica di cui promosse la rinascita, e non possiamo escludere possedesse una collezione di reperti archeologici. Rimanendo tuttavia nel campo degli oggetti documentati, questi ultimi erano modernissimi, ciò che di più nuovo poteva esserci nelle case signorili del tempo. Il Malatesta era alla continua ricerca di novità in vari settori, la sua ossessione era infatti quella di possedere prima di altri oggetti nuovi, originali, fuori dall’ordinario. Anche le voci di autorevoli contemporanei di Sigismondo ci raccontano della sua indole impaziente, del suo desiderio di voler primeggiare in ogni campo, della sua passione per tutto ciò che era nuovo. Ciò spiega la prima raffigurazione a Rimini di un tappeto turco ottomano in un affresco pubblico, il primo mazzo di tarocchi commissionato da una corte, l’invenzione della prima medaglia con l’abbinamento di un ritratto a un monumento (Castel Sismondo)».
Gli oggetti del condottiero, oltre a rispecchiare i suoi gusti, mostrano un’apertura di vedute fuori dagli schemi; quali, in particolare, hanno attirato la sua attenzione e quali rivelano questa sua curiosità? Denotano un interesse per l’Oriente o è un caso che siano stati conservati, in particolare, manufatti provenienti dalla Turchia?
«Sigismondo possedeva preziose vesti e armi turche, quelle dei leggendari cavalieri turchi, imbattibili sui campi di battaglia. Archi, turcassi e scimitarre turchi erano oggetti da ammirare e studiare con finalità di spionaggio da parte del condottiero Sigismondo, certamente, ma anche manufatti belli perché preziosi e pertanto da esibire mostrando l’ambiguità di cui erano portatori. Le relazioni di Sigismondo con i turchi e la loro cultura sono piuttosto interessanti. Come tutti i signori e i potenti del suo tempo, il Malatesta ebbe un atteggiamento contraddittorio nei confronti di un nemico che si temeva e stimava, su cui era difficile prendere una posizione netta. Fra i suoi contemporanei tuttavia Sigismondo progettò l’impresa più ardita, quella di accettare la richiesta del sultano Maometto II di inviare il suo “art director” Matteo de’ Pasti con due doni compromettenti: un portolano dell’Adriatico e una copia del De re militari scritto dal suo fidato collaboratore riminese Roberto Valturio. Siamo nel 1461, la missione fallisce perché intercettata dai Veneziani, l’anno seguente Sigismondo viene scomunicato e arso in effigie a Roma. Tre anni dopo, nel 1464, colui che lo aveva scomunicato e arso in effigie, Pio II, gli affida il comando della crociata contro i turchi in Morea. Paradossi e contraddizioni costellano la vita di Sigismondo facendoci comprendere un’epoca di cui il Malatesta fu uno degli interpreti migliori. L’interesse di Sigismondo per il vicino Oriente e un bizzarro cimiero con la mezzaluna rivelano progetti di grande portata e la smisurata ambizione di un signore di un piccolo territorio, che cercò al di là dell’Adriatico, verso il Mediterraneo, la speranza di un futuro».
Che idea si è fatta di Sigismondo?
«Quella di un uomo anticonvenzionale, ribelle, rude e brutale ma anche colto e raffinato. Sigismondo fu prima di tutto un uomo d’arme, fortemente radicato alla cultura cavalleresca medievale. Ne sono esempi i tesori di gusto gotico cortese accumulati nelle residenze signorili, anche quelle malatestiane. Eppure Sigismondo riuscì a sintonizzarsi con il mondo che cambiava. Gli oggetti esaminati raccontano anche questo, così come la sua passione per Isotta, l’altra faccia della medaglia, che ci aiuta a comprendere Sigismondo stesso».
Passioni e fragilità
«Questo libro – conclude la studiosa – racconta Sigismondo in una dimensione più intima, quella delle sue passioni e delle sue fragilità riflesse negli oggetti con l’intento di offrirne un ritratto a integrazione delle sue biografie, tenendo sullo sfondo le vicende italiane del tardo Medioevo, epoca durante la quale Rimini e il suo signore furono tra i protagonisti della storia politica e artistico-culturale d’Italia».

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