Windsurf, 35 anni fa il volo di Cesare che incantò le Hawaii GALLERY

FAENZA. Isole Hawaii, ottobre 1986. A Honolulu (isola di O’hau) l’attore Tom Selleck è sul set della serie tv Magnum PI. Poco lontano, sull’isola di Maui, spiaggia di Hookipa, un ragazzino faentino cambia la storia del windsurf. A 17 anni Cesare Cantagalli, un biondino dal fisico minuto (è alto 1,61 metri), davanti ai mostri sacri della tavola a vela, effettua per la prima volta il salto mortale in avanti con la tavola a vela lasciando tutti a bocca aperta. Da quel giorno il windsurf non sarà più lo stesso. Inizia l’evoluzione dei salti più spettacolari, del windsurf estremo, del funboard. Cesare con la tavola a vela ha percorso tutte le rotte: regate, esibizioni, circuiti mondiali, reportage in giro per il mondo, “battezza” i posti nuovi della tribù del vento e infine diventa produttore di tavole e attrezzature nel settore dei boards-sports. Sempre tenendo alta la bandiera italiana alla quale è sempre stato legato anche quando dormiva felice e contento sulle più belle spiagge del mondo. Oggi vive a Faenza. Le sue tavole girano di baia in baia nelle più belle destinazioni mondiali del windsurf.

Le lezioni guardando papà, mamma e fratello

Nasce a Faenza il 14 dicembre del 1968, ma il giorno in cui la sua vita cambiò è alla fine degli Anni Settanta. «Nel 1978», racconta, «mio padre Omero prende la patente nautica e in società con un amico una barchetta. Ben presto però si accorge che la cosa è molto impegnativa. Così, un giorno, passando davanti a un negozio di Ravenna, vede un windsurf in vendita. Il corso base è incluso nel prezzo. Gli sembra tutto più semplice della barca e in maniera sequenziale mio fratello Sergio (di due anni più grande di me) e mia mamma iniziano anche loro ad andare sulla tavola».
E il piccolo Cesare? «Io sono attratto e incuriosito. Al Bagno Lucciola di Marina di Ravenna seguo tutte le lezioni dell’istruttore Andrea Succi. Mi siedo sulla sabbia e guardo… Un giorno, vedendo i miei in acqua, dico a mio padre di farmi provare. Mi guarda perplesso: avevo solo 9 anni, ero piccolino e le attrezzature dell’epoca erano abbastanza pesanti. Dice: “Ma se non arrivi neanche al boma!”. E io: “Non ti preoccupare. Mi devi solo aiutare a tirare su la vela”».

Uno scricciolo biondo sulla tavola

Cesare da bambino sulla tavola

Cosa succede? «Per scherzo mi dice di saltare sulla tavola! E prima che se ne renda conto, salto su, afferro il boma incrociando le mani e io e la tavola partiamo tra la sorpresa dei presenti: vado e torno senza mai cadere… quante volte avevo sognato quel momento! Così mi comprano una Sordelli 330, una tavola più corta… Smetto di giocare con le biglie di Gimondi sulla sabbia e passo il resto dell’estate sempre in acqua».
Inizia così anche il periodo delle gare, dei trasferimenti. «Mio padre mi aiutò moltissimo. Chiudeva il ristorante di famiglia (ma è stato anche professore di chimica e matematica) il venerdì sera a ora tarda si metteva alla guida del camper dove io ero già nel letto per raggiungere i luoghi delle gare».

Los Angeles e le Olimpiadi saltate

Cesare si confrontava con gli adulti. Non c’erano gare giovanili. «A parte i Giochi della Gioventù di Bracciano (che vinse e c’era anche una piccolissima Alessandra Sensini alla prima gara, ndr), le altre prove erano sempre contro i grandi. Col vento forte mi piazzavo bene. Ma col vento leggero o medio, grazie anche alla mia leggerezza, arrivavo davanti. Vinco titoli italiani e mi piazzo bene agli Europei e ai Mondiali».
Nel 1984 a Los Angeles, ci sono le prime Olimpiadi con il windsurf. Ma Cesare non c’è. «Per le gare olimpiche avevano deciso di utilizzare un windsurf con la vela più ampia (6,5 mq) e così anche l’attrezzatura era più grande e non si poteva più usare il trapezio. Quanti sforzi fisici dovetti fare… Ne porto le conseguenze sulla schiena… Vinco le preolimpiche nazionali (ma c’era stato vento leggero) ma prevedendo condizioni di vento e di mare più difficili, il comitato olimpico federale decide di portare a Los Angeles un altro atleta».

Il Garda e il forte richiamo delle Hawaii

Il surfista faentino ci resta un po’ male ma non è tipo da piangersi addosso e scruta nuovi orizzonti. «In quegli anni si stava affermando un windsurf più estremo, influenzato da quanto si faceva negli Usa o alle Hawaii, decisi di percorrere quella strada. Non avevo voglia di aspettare altri 4 anni per le Olimpiadi. Sulle riviste internazionali vedevamo le foto che arrivavano dalle Hawaii… Il richiamo era troppo forte! Ero pronto per la missione. Sperimentai un po’ di funboard al Lago di Garda fra Torbole e Malcesine, in Romagna quando c’erano le mareggiate, in Sardegna a Capo Testa, a Otranto… Così mio padre mi affidò a Chico Forti (sì, proprio l’ex produttore tv e velista tuttora detenuto in carcere a Miami con l’accusa di omicidio, nonostante si professi innocente, ndr) con il quale avevo stretto un forte legame di amicizia al Garda per poi farmi fare la mia prima esperienza tra le onde oceaniche di Fuerteventura, alle Canarie. Era l’inverno ’83-’84».

L’incontro con i miti del windsurf

Cesare, ragazzino biondo, a sinistra, a destra il fratello Sergio (Foto Gianni Squitieri)

Ma le Hawaii restavano sempre davanti agli occhi di Cesare… specie quando li chiudeva per andare a dormire… «Nell’estate del 1984, insieme a un gruppo di amici faentini e bolognesi più grandi di me, finalmente partimmo per Honolulu. In quel mese ebbi modo di conoscere e vedere all’opera i miti come Robby Naish, i migliori del mondo… Cominciai a partecipare al circuito funboard e arrivarono anche le prime sponsorizzazioni (nella mia carriera ho avuto Ellesse, North Sails, Fanatic, Killer Loop, Maui&Sons, Drops, Bear…). Ma volevo tornare alle Hawaii. Mio padre sapeva che lì c’era anche un mondo fatto di hippie, gentil sesso, fumo… ma sapeva che ero determinato e si fidò di me. Mi consegnò un blocchetto di travelcheques e mi disse: quando hai finito questi torni a casa. Aveva capito che la scuola non era il mio futuro e che volevo fare del windsurf il mio lavoro e la mia carriera. Tornai alle Hawaii con un biglietto aperto, senza data di ritorno. Alloggiai da un velaio famoso che mi lasciava in spiaggia alla mattina per poi tornare al tramonto a riprendermi. Mangiavo riso in bianco (ne compravo a sacchi di 12 kg per risparmiare), colazione con acqua, pane, marmellata… Ma non mi perdevo nessuna delle grandi mareggiate. Tornai di nuovo in Italia solo per un breve periodo nell’estate dell’85 , feci nuovamente ritorno a Honolulu e partecipai alla Ocean Pacific, una gara con tutti i big mondiali. Fu un grosso exploit e tutti dissero che ero stato bravissimo, ma la giuria non mi premiò. Forse non se la sentivano di affrontare lo scandalo di un ragazzino italiano che batte i grossi big delle Hawaii»…

Genesi di un salto capolavoro

Cesare allora pensa a come farsi valorizzare dalla giuria. «Devo fare davvero qualcosa di eclatante per acquisire il punteggio massimo , qualcosa di sbalorditivo che nessuno ha mai fatto prima… E siccome ho una vena creativa (grazie a mia madre, Silvana Geminiani, nota ceramista faentina) mi viene in mente che a differenza di altri sport acrobatici nel windsurf nessuno ha mai fatto il salto mortale in avanti. Noto in un video di Naish che, durante la caduta da un salto lancia via l’attrezzatura in aria e questa compie una rotazione». Così in vista delle due più prestigiose gare di quegli anni (la Oneill Invitational e la Aloha Classic, che c’è tuttora), si allena per la nuova manovra. Ma le cose non sono facili.
«Sapevo che potevo farmi molto male al primo tentativo ma quando ci furono le condizioni giuste partii. Aspettai l’onda buona e lanciai la tavola per il grande salto. Arrivato nel punto più alto scaricai la vela dal vento e provai la rotazione facendomi aiutare dall’inerzia e dal corpo. Risultato? Restai a metà del giro in caduta libera da 8 metri, atterrando pesantemente con la testa sulla vela, rompendola. Rimasi sdraiato dolorante per 4 o 5 minuti sulla tavola. Mi spaventai e misi da parte il tentativo: troppo pericoloso, finisce che mi rompo l’osso del collo! Non ci penso più. Ma alla gara successiva si ripete la stessa storia: tutti a dirmi quanto sono stato bravo ma a vincere è il solito campione hawaiiano».

Le prove lontano da occhi indiscreti

L’idea del salto mortale in avanti si fa di nuovo strada. «Sì, ormai è un chiodo fisso. Studio tutto. Faccio schizzi. Mi dico che l’unico modo è quello di far prendere vento alla vela per avere una forza in più in grado di far compiere la rotazione completa. Scelgo una baia appartata, Little Bay (oggi Baby Beach) lontano da occhi indiscreti che potevano copiare la mia manovra segreta».
E cosa succede? «Succede che riesco a compiere il giro, anche se l’atterraggio non è perfettamente eseguito. Stavolta però è meno pericoloso perché non cado sulla vela. Provo e riprovo e alla fine riesco a perfezionare la rotazione».

«Lasciai tutti a bocca aperta»

Arriva il giorno della gara e il 17enne faentino mette subito in mostra il suo asso nella manica. Vince batterie su batterie eliminando i più forti campioni del momento. «Rimasero tutti scioccati, a bocca aperta. Fu un exploit mondiale! Le riviste specializzate di tutto il mondo mi misero nella foto di copertina: Stati Uniti, Giappone, Europa… Cosa era successo? Si era aperto un capitolo importante nella storia del windsurf. Si era scoperto che non c’erano limiti alle evoluzioni aree, e da quel giorno … Le manovre diventarono sempre più estreme».
Cesare non vinse la gara perché il sistema di voto premiava di più la surfata rispetto al salto ma per per lui inizia un periodo fantastico. Partecipa al circuito mondiale, passando da un aereo all’altro, da una baia all’altra. Nel frattempo il salto mortale in avanti prende il suo nome. «Gli americani lo chiamarono killer loop, il “salto assassino” ( marchio di fama mondiale oggi nel gruppo Benetton) ma i sudafricani gli vollero dare il mio nome così diventò Caesar Roll ma tra una birra e l’altra storpiarono tutto e diventò Cheese Roll. In pratica un panino al formaggio!». E ancora oggi viene chiamato così.

In giro per il mondo a caccia di baie

Fra il 1986 e il 1989 ecco le riviste che hanno pubblicato in copertina una foto con il faentino Cesare Cantagalli


Cesare sarà anche il primo a fare il doppio salto mortale in avanti ma non vincerà mai la Coppa del Mondo. Vince diverse tappe del tour, ma nella classifica finale non va oltre il quarto posto. Ormai, però, è diventato un personaggio, quasi un guru per tutto il movimento e gli sponsor se lo contendono. «Fino al ’92-’93 partecipai alle gare del circuito mondiale, poi cambiai i mie obbiettivi : iniziai a girare il mondo alla scoperta posti nuovi adatti al windsurf. I miei reportage finirono sulle copertine delle riviste specializzate di mezzo mondo. Servizi da dieci pagine l’uno! Alcuni di questi “spot” sono diventati mete turistiche della tribù del windsurf grazie al mio lavoro, dalle Mauritius a Rodriguez e tanti altri. Prima si andava solo in pochi posti come le Canarie o le Hawaii, io invece ampliai gli orizzonti con nuove mete».
Tornato a casa a Faenza (dove ha messo su famiglia con la moglie Anna e i due figli Gregorio e Leonardo) Cesare mette in piedi un’attività che oggi si avvale anche di due soci: Gianluca Salvatore e l’attrice-produttrice Morena Gentile. Tavole, vele, ali, foil ed accessori, al momento sono prodotte in Asia, ma la sua nuova mission è di produrle nuovamente in Europa. Il suo marchio è un po’ la sua storia: “Cesare Cantagalli I-99 ”… è il numero velico con il quale stupì tutti all’Aloha Classic nell’autunno del 1986. 99 perché il ragazzino di basso profilo era l’ultimo arrivato. L’opposto del 1111 di Robby Naish, il numero uno nelle quattro specialità: wave, freestyle, slalom e race course. Della serie: beati gli ultimi…

Commenti

Lascia un commento

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui