Rapporti sessuali sulla scrivania, sul termosifone dell’ufficio al secondo piano del municipio, nel bagno “privato”. Lui, l’imputato, segretario comunale di un Comune del Riminese, lei borsista inquadrata tra le categorie “protette” e incapace di opporsi anche per una serie di problemi che la rendevano a detta degli specialisti «una adolescente nel corpo di un’adulta».

La Corte di Cassazione ha annullato la condanna per violenza sessuale a sette anni inflitta all’uomo (in primo grado ne aveva presi nove) sancendo da una parte la prescrizione per tutti i fatti commessi fino al 2007 e dall’altra rinviando a un nuovo responso di secondo grado, ma solo relativamente alla determinazione della pena.

Resta in piedi il reato e così anche le principali aggravanti nei confronti dell’imputato, un 64enne riminese che si è sempre professato innocente.

Secondo l’accusa l’uomo, approfittando anche del suo ruolo all’interno dell’ufficio e delle difficoltà di salute della parte offesa, avrebbe avuto rapporti intimi con lei, per un lungo tempo e all’insaputa di tutti. I presunti abusi sarebbero avvenuti in orario di lavoro, sebbene nessuno in municipio si fosse accorto di niente. L’uomo ha sempre respinto l’addebito, ma nonostante l’annullamento in Cassazione, non può riporre troppe speranze nell’esito finale.

I giudici, infatti, hanno solo il compito di rideterminare la pena che potrebbe risultare alla fine più bassa di quella inflitta in precedenza, ma comunque non così bassa da evitare la detenzione. Nella sentenza che dispone l’annullamento c’è un ampio excursus giuridico relativo alla normativa che ha disposto la sospensione della prescrizione durante l’emergenza sanitaria, circostanza che di fatto pone una questione di legittimità costituzionale nella parte in cui è previsto che il corso della prescrizione dei reati, commessi prima del 9 marzo 2020, rimanga sospeso per un periodo di tempo pari a quello in cui sono sospesi i termini per il compimento di qualsiasi atto dei procedimenti penali (c’è evidentemente un problema di irretroattività della norma penale sfavorevole).

Tutto quello successo fino a quasi tredici anni fa, in ogni caso, risulta cancellato. Rimane però quanto accaduto nei periodi successivi tra il segretario comunale e la collaboratrice che parlò di quanto successe negli uffici comunali solo nel 2012, quando, a causa di un grave stato depressivo «con aggravamento delle crisi epilettiche, disturbi del sonno e dell’alimentazione», secondo quanto si legge nell’originario atto di costituzione di parte civile raccontò allo psicoterapeuta degli abusi. Li avrebbe subiti a lungo, fin dagli inizi del Duemila, senza fiatare, confermò anche in aula, anche per il timore di ripercussioni sul lavoro.

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