Villa Verucchio, pasti ai bisognosi: premiato “Ghetto 46”

Nel periodo più aspro della pandemia il noto bistrot di Villa Verucchio “Ghetto 46” aveva donato 120 pasti alle famiglie più in difficoltà del Comune. Ora la Croce Rossa italiana mettendo sotto i riflettori tale slancio gli ha tributato un attestato di merito. All’epoca il locale era in stand-by da 4 mesi, nel saliscendi della pandemia, eppure il titolare Paolo Gabriele destinò agli altri i 600 euro ricevuti dall’amministrazione, abbracciando l’idea lanciata dall’albergatore Corrado Della Vista di Rivazzurra.

Una sorta di cena itinerante che il 13 gennaio 2021 fu consegnata casa per casa dalla Croce Rossa. Che inserendo acqua, pane e brioche aggiunse il tocco finale al menù composto da paccheri al tonno e fesa di tacchino alla glassa balsamica con radicchio. Senza dimenticare la variazione di un primo al pomodoro con frittata pensata per i vegetariani. «Era il momento più difficile per la ristorazione e per il comparto turistico-alberghiero – ricorda Gabriele – ma abbiamo aderito volentieri all’iniziativa a favore di 92 famiglie». Così riallacciandosi il grembiule «vennero preparati 120 pasti» e una volta spenti i fuochi, i volontari effettuarono di buona lena le consegne.

A un anno di distanza, nota Paolo con amarezza, i disagi restano immutati. «Da una manciata di giorni abbiamo chiuso definitivamente l’altro locale, il Rivabay che sorgeva sotto l’acquascivolo di Rivabella. Al secondo anno la pandemia aveva già sparigliato le carte. A causa di un dipendente straniero positivo, peraltro già allontanato a fine luglio 2020, l’attività restò chiusa i primi 15 giorni di agosto, nel cuore dell’estate, con oltre 120mila euro di perdita». Oltre al danno la beffa, afferma, perché «i 14 dipendenti risultarono negativi a entrambi i tamponi.

E la ripartenza a ottobre, nella montagna russa dei colori, aumentò solo le perdite, tant’è che a gennaio il fatturato era sceso a -33%». Da qui la decisione benefica controcorrente: «Perché per aiutare sul serio, bisogna togliersi il mantello quando si ha freddo» nota.

Una scelta di cui non si è mai pentito nonostante l’epilogo. «Il Governo aveva concesso di riaprire i locali all’aperto dal 26 aprile, peccato che per i lavori sul lungomare, il tratto di via Toscanelli fosse invaso dalle ruspe non sino al 31 maggio, come da normativa, ma fino al 16 luglio». E ancora: «I clienti del Rivabay mangiavano pasta e polvere e non bastava pulire i tavoli ogni mezz’ora. Non andava meglio la sera quando veniva aperto un varco sì, ma le signore con i tacchi dovevano fare lo slalom fra i calcinacci». Ma proprio quando tutto andava a rotoli, occorreva offrire una «boccata di ossigeno agli altri. Non è la Croce Rossa dunque che deve ringraziare, siamo noi – conclude – che ringraziamo per questa possibilità».

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