Savignano e i bambini piromani: “Tra telefonini e famiglie, siamo all’emergenza sociale”

I ripetuti incendi appiccati nella zona di Savignano da un ragazzino di 10 anni, con la complicità di un undicenne e di un dodicenne, devono interrogare tutti su uno sbandamento sociale che va oltre questa specifica vicenda. Ne è convinta Catia Valzania, dirigente scolastica dell’Istituto comprensivo savignanese, che vede dietro quei fatti (che hanno fatto scattare tre denunce, alle quali si aggiungeranno richieste di risarcimento danni ai genitori dei colpevoli) «la spia di un fenomeno più vasto, che ha radici molteplici». A partire da «un uso sbagliato, e comunque troppo prematuro, dei social», che hanno incoraggiato quella piromania, per poi “autocelebrarsi” in video fatti circolare su Tik Tok, con l’intento di conquistare “fans”.

Uno degli incendi degli ultimi giorni a Savignano

La riflessione della preside 58enne parte proprio dal rapporto troppo spesso malsano che le nuove generazioni hanno con l’universo digitale: « Alle medie tutti hanno ormai il cellulare, anche se a scuola abbiamo un regolamento interno che ne vieta l’utilizzo se non per scopi didattici. A parte qualche bravata, riusciamo a fare rispettare questa regola in classe, anche se purtroppo non è facile perché non riconoscono più l’autorità. È l’effetto della cancellazione della linea di demarcazione tra età adulta e infanzia e adolescenza: sempre più spesso i grandi che fanno i bambini e i bambini fanno i grandi. Ma il vero problema è che basta passare di mattina all’entrata della scuola per accorgersi che tutti i ragazzi e le ragazze sono a testa bassa, con gli occhi incollati al telefonino. Con la conseguenza, tra l’altro, che quando entrano in classe hanno ancora la mente dentro quei cellulari, sono iperstimolati e distratti, e ne risente anche l’apprendimento. Perdono davvero il senso della realtà». La scuola prova ad affrontare questo problema – continua Valzania – non solo con progetti mirati ma con una co-educazione quotidiana, in cui ancor prima dell’istruzione in senso stretto viene un’educazione a tutto tondo».

Ma a volte i genitori andrebbe educati quanto e più dei loro figli: «Quando organizziamo incontri formativi serali con le famiglie dedicati a questi temi, capita spesso di doverli invitare a lasciare perdere per un po’ i telefonini», confida la dirigente dell’Istituto comprensivo.

Però ritiene che non si debba neppure scaricare tutta la responsabilità sui genitori: «È vero che non aiuta il fatto che molte famiglie siano assorbite dal lavoro e dai bisogni primari da soddisfare, finendo per avere poco tempo ed energie da dedicare all’educazione dei figli, ma sarebbe riduttivo pensare che il problema sia tutto lì. In fondo, i nostri nonni andavano a lavorare nei campi dall’alba fino a tramonto e anche allora i figli restavano soli per tanto tempo. La differenza è che c’erano tre cose che sono venute a mancare: valori, regole e controllo sociale. Oggi c’è un forte individualismo, è ormai scomparso il noi, non c’è più una comunità coesa capace di costruire un senso di responsabilità collettiva. Questo è dovuto anche al fatto che non c’è più un sistema strutturato che accolga i ragazzi di pomeriggio, come avveniva in passato con le parrocchie».

Quanto alle regole, Valzania pesca dai suoi ricordi personali: «Quando ero bambina, solo dopo le 17 si poteva guardare la televisione e solo fino alle 20, quando si andava a letto. Adesso, invece, i bambini e i ragazzi sono ininterrottamente davanti a schermi». Ma oltre che di regole familiari, ci sarebbe bisogno anche di vere e proprie leggi: «L’uso del telefonino dovrebbe essere vietato prima di una certa età, o almeno dovrebbero esserci filtri che evitano l’accesso a certi contenuti e ai social».

Infine, la preside invita a non gettare la croce solo addosso a quei ragazzini, anche se hanno fatto «un errore molto grave»: a suo avviso, «il problema è molto più complesso e ci deve riguardare tutti, come società, a partire da un ragionamento sul fatto che sono gli interessi economici a muovere tutto, compreso questo abuso delle nuove tecnologie in modo distorto. Mi chiedo come mai ci siano proteste per tante cose ma non per questa emergenza: sarebbe bello vedere un movimento no cell».

I compiti finiti, poca gente in Rete con cui chattare: perché non accettare una sfida, una “challange” su Tik Tok? Ed ecco che a 10 anni, in una serata di provincia, un ragazzino appicca il fuoco a un deposito di carrelli di un supermercato e lo riprende poi riprende anche l’intervento dei Vigili del fuoco. Il risultato: 6.500 followers, e danni per alcune migliaia di euro, senza contare il pericolo per il ragazzino, i due amici (11 e 12 anni), e chiunque si trovasse eventualmente nei pressi di quei roghi. Per Andrea Bilotto, psicologo ravennate e presidente dell’Associazione italiana di prevenzione al cyberbullismo, tutto questo è il risultato della ricerca di attenzione da parte di giovani e giovanissimi.

Solo in parte è d’accordo con lui però Paolo Stella, attore, regista e scrittore, e influencer con 338.000 follower. «In realtà quello che succede non è poi troppo diverso da quanto accadeva anni fa – afferma – I bambini e i ragazzi cercano sfide su cui misurarsi, e per gli adulti è sempre stato difficile superare il gap e capire tutto ciò: sono solo cambiati i mezzi». Parliamo naturalmente anche dei genitori. «Certo: loro per primi non comprendono gli strumenti che i ragazzi hanno in mano ogni momento, e quindi non riescono a controllarli. Lo stesso è successo un tempo con la televisione: gli adulti però potevano intervenire spegnendo, se sospettavano che nuocesse. Oggi invece è come se i bambini avessero… un arto in più, e a 2-3 anni sanno fare di tutto con uno smartphone. Noi però finiamo per demonizzare il mezzo, che non ha responsabilità».

È un po’ come se volessimo abolire le auto perché “provocano” incidenti. «Certo: il problema non è l’Ipod, ma l’uso che se ne fa: per questo, prima ancora che ai bambini, farei corsi di formazione ai genitori per insegnare loro a controllare questi mezzi, e trasmettere informazioni complete e corrette ai figli. E lo stesso farei con gli insegnanti, che a loro volta spesso non conoscono e proprio non comprendono il mondo attuale della comunicazione».

Però è anche vero che è difficile controllare il web. «E proprio per questo occorre agire a monte, con una educazione al mezzo Internet: spesso per la trasformazione subita dalle nostre vite, i ragazzi restano soli per ore, e c’è chi può approfittarne specie nell’immensità dello spazio del web. E sono la conoscenza e l’informazione che possono aiutarli a ritrovare quella direzione, che anche gli adulti oggi sembrano aver perduto». m.t.i.

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