Rimini, i disegni di Giulio Ruffini alla Gambalunga

Giulio Ruffini, un romagnolo testimone del nostro tempo, che nel 2021 avrebbe compiuto 100 anni. Dopo una serie di appuntamenti espositivi (con relativi cataloghi) che si sono svolti nel corso dell’anno in diverse città della Romagna per celebrare il centenario della nascita dell’artista, scomparso nel 2011, ora è la volta di Rimini. Qui, con una selezione tematica di cinquanta disegni in buona parte inediti, è approdato alla Galleria dell’Immagine di Palazzo Gambalunga, fino al 29 gennaio. Titolo della mostra La traccia che resta. Disegni (1953-2003) a cura di Annamaria Bernucci, catalogo Longo.

Il ravennate Ruffini è un artista che ha lasciato un segno importante e ha contribuito a dare un volto e un’identità alla Romagna con una produzione pittorica vastissima attraversando eventi storici e movimenti culturali per oltre mezzo secolo.

«Il disegno è per Ruffini il collante di una memoria continuamente aggiornata – spiega Bernucci – che mantiene il fluire del suo creare artistico, sino agli ultimi anni, incessante. Nel disegno c’è l’uomo e il pittore che si fa cantore e poeta. Ci sono molti modi per avvicinarsi all’opera di Ruffini. A Rimini si è scelto di entrare in quel serrato diario di riflessioni ed emozioni trasferite sui fogli di carta che per tutta la sua vita non tralasciò mai di appuntare. Una sorta di autobiografia non scritta, ma disegnata, e si sa che, in arte, come in letteratura, il genere e le forme sono sostanza dell’espressione. Un diario puntuale, dagli anni ’50 sino ai 2000, che si va ad assommare alla pittura».

Nella sua vastissima produzione che ruolo ha il disegno?

«Il disegno si congiunge linguisticamente alle altre tecniche parallele praticate da Ruffini ma rappresenta il concreto riscontro del suo equilibrio inventivo. Lo testimonia il fatto che, proprio alla soglia dei novant’anni, sentì la necessità di ridistendere i motivi cruciali della sua esistenza e del suo fare artistico sul registro che più sentiva vivo e diretto, appunto il disegno. Tra quelle carte, a partire dai fogli vergati in trame capaci di raccontare il suo impegno sociale e civile, databili al dopoguerra, via via sino alle prove e ai rovelli della maturità, si snoda la sua linea del tempo, il concerto di una esistenza costruita su metodo e invenzione. Il disegno è sempre stato avvertito da Ruffini alla base di ogni attività creativa. Anticipa, svela, conferma. Una concessione in più che gli consente di mostrare una resistenza e una durata fisica e psichica con la quale continuare a svelare i segreti non emersi con altrettanta franchezza nel parallelo esercizio della pittura».

Perché “La traccia che resta”?

«Il tema della traccia, allude a un viaggio introspettivo che l’artista ha percorso inseguendo segni del proprio tempo. Per Ruffini il disegno è un atto di conoscenza e di analisi, una pratica quotidiana, non è solo la continuità di un esercizio, di un processo automatico e gestuale, bensì un’operazione cognitiva, deliberata e forte. Ruffini aveva accarezzato il progetto di pubblicare un “Album a disegni”, che uscì postumo nel 2011. Aveva selezionato e soppesato ogni suo lavoro nel corpus di disegni custodito nella grande casa-studio di Mezzano. Nell’antologia affidava a quelle carte disegnate il viaggio alla ricerca di sé, dove la rappresentazione e la percezione si sovrappongono di continuo giungendo in qualche modo a determinare il destino dell’uomo e dell’artista: la sua traccia. Dentro ci sta tutto: i furori creativi e il trantran quotidiano, le cadute e le tentazioni, le riflessioni attorno al proprio essere e al tempo che scorre, speranze e sfiducie. Anche un modo per fermare l’oblio e l’azione dissolutiva e repentina che brucia i ricordi, scolora i supporti, sfalda le trame di grafite».

I lavori in mostra permettono di ripercorrerne la vicenda artistica?

«Sono percorsi narrativi, una porzione dei tanti abbracciati dall’artista nel corso della sua lunga attività, come scintille che segnano il passo di un cammino intenso e articolato. Il disegno si concretizza cauto e loquace esercizio da subito, a partire dal suo ammaestramento alla scuola di Luigi Varoli, nel 1942, e a quel fare urgente condiviso con altri compagni, come Umberto Folli e Mattia Moreni, nella Scuola d’arti e mestieri. Fu quella palestra giovanile il luogo vitale dove il fare artistico si intrecciava a una propulsione etica, divenuta fondativa, rafforzando il legame coi luoghi e comunità».

Nella sua produzione, qual è la costante che emerge?

«Ruffini il mondo l’ha visto attraverso un racconto bruciante, dalla profonda tensione esistenziale, spesso restituendo il ritratto di una realtà schiacciata dal peso del passato e dal carico del futuro».

www.museicomunalirimini.itt

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