Rimini a rischio frane e alluvioni: “Ora stop al cemento”

«Nel Riminese sono spariti 405 ettari di terreno in 21 anni. E la cementificazione che avanza senza alcun freno continua a compromettere la sicurezza idrogeologica». Il presidente di Coldiretti Rimini, Guido Cardelli Masini Palazzi, esterna tutta la sua preoccupazione sul tema ambientale e denuncia una situazione da allarme rosso generalizzato: «Come provincia, siamo secondi a livello regionale per rischio frane e primi per alta pericolosità alluvionale».

Guido Cardelli Masini Palazzi

Presidente, quali sono le aree più a rischio idrogeologico?

«Per quanto riguarda le frane, i pericoli sono concentrati principalmente nella zona del Montefeltro, quella al confine con le Marche. Ma anche in Valconca e in Valmarecchia l’allarme è alto. E per far comprendere meglio la situazione da sos in cui ci troviamo vi do dei dati relativi ad un’indagine condotta dall’Osservatorio Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale: 188,7 km quadrati di superficie, il 21,8% del nostro territorio, si trova in aree a rischio; 3.390 famiglie, pari a 8.076 cittadini, il 2,5% della popolazione provinciale, vivono in aree dove il pericolo frane è elevato o molto elevato; 3.484 sono gli edifici che insistono in queste zone. Insomma, numeri che inquietano».

E in Riviera?

«In Riviera le criticità sono di natura alluvionale e insistono un po’ ovunque, da Bellaria a Cattolica passando per Rimini e Riccione. In particolare a ridosso delle foci dei fiumi o lungo il loro percorso. Pensate che 36.446 famiglie, per un ammontare di 85.766 cittadini, corrispondenti al 26,7% della popolazione provinciale, vivono in aree a rischio alluvione elevata. Anche qui numeri da spavento»

Cosa si dovrebbe fare allora per ridurre questi pericoli?

«In primis aumentare gli interventi di manutenzione lungo tutto il percorso dei fiumi e dei torrenti. Perché spesso le esondazioni sono provocate da vere e proprie dighe naturali formatesi a causa della presenza di tronchi, rami, alberi sradicati dalla forza dell’acqua e portati a valle».

E poi?

«Bloccare l’opera cementificatrice dell’uomo. Pensate a tutti quei capannoni industriali spuntati come funghi in questi decenni su tutto il Riminese. Quelle opere e gli interventi di urbanizzazione collegati hanno come conseguenza quello di rendere impermeabile il terreno all’acqua piovana, che da qualche parte dovrà pur finire. Nei canali di scolo e nei fossi, che, poi, vediamo esondare creando smottamenti o frane».

Presidente, c’è qualche intervento urbanistico che non la convince?

«Certo che c’è. E parlo della nuova Statale 16. Per una decina di km, almeno, il terreno, a causa di questa lunga lingua d’asfalto e cemento, non permetterà all’acqua di penetrare. Veicolandola altrove. Non meravigliamoci, quindi, se, vista questa ormai tropicalizzazione del clima, a causa del cambiamento climatico in corso, con l’arrivo di piogge intense e improvvise la strada dovesse trasformarsi in piccoli torrenti con laghetti ai lati. Del resto, il progetto della Statale 16 risale a 10 anni, quando i problemi del cambiamento climatico non erano così evidenti come lo sono ora»

Cardelli, vuole lanciare un appello alle Istituzioni?

«Dopo decenni di consumo di terra fertile, sarebbe ora che si ritornasse alla campagna coltivabile. Perché i primi controllori della sicurezza idrogeologica e garanti dell’ambiente sono proprio gli agricoltori. Ispezionare i fossi, verificare che non sussistano pericoli di frane o di alluvioni, fa parte del loro lavoro, della sicurezza dei loro raccolti e quindi dei loro incassi».

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