Ci sono due versioni sulla morte di Domenico Montanari, il titolare dell’Antica Macelleria Bandini, trovato impiccato nel laboratorio di corso Matteotti all’alba del 25 luglio 2019. Raccontano due storie opposte: quella di un omicidio premeditato e quella di un suicidio dettato dalla disperazione. La Procura è convinta della prima. E ieri il pubblico ministero Angela Scorza ha chiesto la condanna dei due imputati: ergastolo per l’ex vigile urbano Gian Carlo Valgimigli, oggi 57enne, e 22 anni di carcere per Daniel Mullaliu, 33enne albanese fratello dell’ex fidanzata del primo.
Per le difese la verità sta invece nella spiegazione più semplice, il suicidio, ritenuta valida fin dalla prima ora e oggetto a sua volta di un processo che ha portato l’ex vigile a patteggiare la pena per morte come conseguenza del reato di usura. A metterla in discussione sono state le confidenze di un pentito, Antonio Barra, compagno di carcere di Valgimigli durante la detenzione a Ferrara nel 2019. I legali lo bollano come «un truffatore». Corale la richiesta avanzata dagli avvocati Lorenzo Valgimigli, Alice Rondini e Luca Donelli alla corte d’assise: assoluzione piena, perché nel corso del dibattimento «è stata raggiunta la certezza che il fatto non sussiste».
L’ipotesi dell’omicidio
La richiesta di condanna rappresenta un colpo di scena nel processo. Un cambio di rotta rispetto all’istanza di archiviazione avanzata dall’accusa al termine delle indagini avviate dopo le rivelazioni di Barra, nel dicembre del 2022. All’epoca la Procura non rilevò elementi sufficienti per giungere a una ragionevole prognosi di condanna. Ma il gip Janos Barlotti, dispose l’imputazione coatta, dando il via al processo. E «fortunatamente», commenta il pm. Perché proprio dal dibattimento sarebbe cambiato il quadro, alla luce della deposizione di Barra, testimone chiave, «che lambisce la teatralità, iperbolico, provocatorio», ma è «credibile e coerente» tanto da costituire «una prova».
Ecco come la Procura ricostruisce il delitto, a partire dal movente: Montanari, schiacciato dai debiti, avrebbe smesso di pagare Valgimigli. Il vigile avrebbe allora deciso di acquisire la macelleria, facendo vendere la casa al titolare per liquidare il socio. Ma il macellaio avrebbe cambiato idea, e pensando di denunciare lo strozzino avrebbe firmando la sua condanna a morte.
«Barra - asserisce il pm - non poteva conoscere i dettagli se non per bocca di Valgimigli». Fra i particolari rilevanti l’accusa si sofferma sulla corda utilizzata per simulare il suicidio, «simile a quella dei frati». A dibattimento parlerà di una cordicina di nylon blu. Seguendo la falsa riga delle sue dichiarazioni, il magistrato ricostruisce la presunta dinamica dell’omicidio: quella mattina, intorno alle 3.30/4, «Montanari entra, accende le luci, mette il telefono in carica, si accinge a predisporre le lavorazioni ma non fa in tempo». L’azione viene descritta dal pentito come «veloce, un agguato», prosegue il pm. Tre o quattro persone «lo prendono alle spalle, gli applicano il laccio al collo e lo appendono al gancio». Prima di andarsene, gli assassini «spengono la luce».
A quel punto Valgimigli costruisce il suo alibi: chiama il 112 e segnala il cadavere. «Ha preferito mettere le mani avanti perché sapeva che sarebbero arrivati a lui». Lo dimostrerebbero i biglietti ritrovati, uno nascosto in un leggio, l’altro in tasca; secondo il pm sono frasi scritte non da una persona che vuole farla finita, ma da chi teme per la propria vita e che accusa il suo aguzzino.
Le difese contro il “pentito”
La parola passa al difensore del 33enne, tirato in ballo perché Barra parla «di un generico fratello» dell’allora fidanzata di Valgimigli. Erano due. E poiché dalle celle telefoniche è risultato che uno si trovava a Trento, «allora dev’essere l’altro». Che però, ribatte l’avvocato Donelli, «si trovava tranquillamente a letto a dormire», non molto lontano dalla macelleria. Ma Mullaliu, continua il difensore «non ha mai visto Montanari né ha mai avuto rapporti con Valgimigli».
L’avvocato Rondinini incalza sulle prove, quella scientifica in primis: riprende le conclusioni dello stesso medico legale Sara Benedetti che effettuò i rilievi e l’autopsia, e che coincidono con quelle del consulente di parte, Rafi El Mazloum. Convengono entrambi per un «impiccamento atipico incompleto», termine tecnico ma frequente nei casi di suicidio, che tuttavia diventa fonte di «un abbaglio per il gip». E ancora, Montanari scrive, “Non voglio né giornali né manifesti, saluti a tutti, mi dispiace”: «Sono le parole di un addio».
La chiusura delle arringhe è tutta dedicata a smontare la credibilità della “gola profonda”, mente - esordisce l’avvocato Valgimigli - di «una fraudolenta collaborazione di giustizia». Perché attende tre anni prima di uscire allo scoperto? Barra, carcerato con fine pena nel 2037, secondo il legale ha un obiettivo: la semilibertà. Il 9 febbraio del 2023 ha l’udienza di fronte al tribunale di Sorveglianza per ottenerla, così, nei mesi precedenti fa partire le lettere alla Procura. Le sue versioni cambiano, continua il legale, e arricchisce i racconti di dettagli (come il cordino di nylon blu) appresi dai giornali. E’ poi la tipologia di reati che ha commesso a minare la sua attendibilità: «un curriculum delinquenziale» che annovera «decine di truffe, falsità e una calunnia».
Ci sarà spazio per le repliche, fissate per metà giugno. Poi la Corte presieduta dal giudice Giovanni Treré con a latere la collega Antonella Guidomei dovrà decidere quale finale scrivere per la morte di Domenico Montanari.