Il medico ravennate Gianluca Danesi

RAVENNA. Tre piani di area Covid-19 al Santa Maria delle Croci realizzati dal nulla nella parte chirurgica della palazzina Dea, compreso un reparto di Pneumologia – di cui a Ravenna esisteva solo la parte ambulatoriale, endoscopia e Day hospital – per i malati più gravi, cercando di scongiurare il ricorso all’intubazione e alla Terapia intensiva. Una sfida adrenalinica ma anche estenuante per tanti medici dell’ospedale di Ravenna, proiettati nel giro di una manciata di giorni a rivedere completamente l’organizzazione del lavoro passando dall’ordinario a una continua – e crescente – emergenza. Fra di loro lo pneumologo Gianluca Danesi, che dopo un mese in trincea ha alzato la testa per coinvolgere gli amici di sempre in un’iniziativa di solidarietà per donare all’ospedale cittadino attrezzature indispensabili per rendere più efficace il monitoraggio dei pazienti e assicurare i migliori supporti tecnologici per la respirazione .


Dottor Danesi, come è cambiata la vita in corsia con l’emergenza Covid?
«Nei primi dieci giorni dall’inizio dell’emergenza, in ospedale ci siamo ritrovati sotto pressione continua, come dentro un frullatore, interminabili di almeno 12 ore, anche fino a 60 ore. Abbiamo allestito di fatto un reparto che a Ravenna non esisteva, trasferendo l’unità operativa di Pneumologia che aveva sede a Lugo, mentre al Santa Maria delle Croci si trovava solo l’endoscopia e il Day Hospital. In una settimana abbiamo creato una terapia semi-intensiva respiratoria con ventilatori polmonari, e subito altri sono arrivati dalla Protezione civile. Per molti versi è stato anche un lavoro entusiasmante focalizzare tutte le energie in tempi rapidi per un progetto di grande respiro come costruire un reparto che non esisteva. Tutta l’equipe, diretta dal dottor Carlo Gurioli, è stata fantastica ed ha risposto prontamente alle necessità».

Passata la prima fase, come si è affrontato il lavoro in corsia?
«L’impegno tuttora è massacrante, appena la situazione lo consentirà avremo tutti bisogno di riposo: se non riusciremo a tirare il fiato non possiamo reggere molto. Posso però dire che ci siamo fatti trovare preparati, e l’organizzazione del lavoro ha permesso di reggere bene. Anche se è mancato un vero coordinamento nazionale nella prima fase dell’emergenza – in cui ogni Regione e ogni ospedale sono andati per conto proprio – e fortunatamente non abbiamo avuto i numeri di Rimini, a Ravenna c’è stata una gestione lungimirante che ha permesso di creare posti sufficienti».

Con il picco ormai alle spalle, è cambiato l’approccio?
«Ora va molto meglio, ma la guardia non va abbassata. Per noi aumenta il lavoro diagnostico nei casi dubbi. Quando lastre o Tac indicano un quadro suggestivo per polmonite interstiziale ma il tampone è negativo, va effettuata una broncoscopia per prelevare campioni biologici. L’imperativo è di evitare errori di collocazione per non rischiare di ricoverare pazienti infetti in altri reparti».

E la vita fuori dall’ospedale?
«È cambiato tutto. Il tempo ruota completamente intorno al lavoro; quello che rimane è dedicato a cercare di riposare per recuperare le energie perdute, anche se il pensiero corre sempre a questa emergenza e la qualità del sonno è pessima».

Come si lavora in un reparto Covid?
«La cosa più difficile, tanto per il personale sanitario quanto per i pazienti, è la precarietà della mancanza di contatto umano; ci sono anche difficoltà di comunicazione. Noi indossiamo sempre tute, mascherine e occhiali appositi o visiere, che ingombrano e si appannano. I pazienti contagiati ma meno gravi stanno al 4° e 5° piano, che per semplificare potremmo definire di “medicina interna-Covid”; al 3° piano c’è la Pneumologia dove arrivano i pazienti con insufficienza respiratoria che necessitano di ventilazione. A differenza della Terapia intensiva, i nostri pazienti sono svegli: indossano maschere facciali e C-pap che sono come dei caschi trasparenti da astronauta, collegati a un ventilatore polmonare che, per capirci, fa il rumore di un asciugacapelli. Restano isolati, in molti casi non possono neanche comunicare per telefono con i propri cari. Nei casi più gravi sono morti completamente da soli, senza il conforto dei parenti. Dal punto di vista umano è terribile».

I dispositivi di protezione che indossate sono efficaci?
«Sì e non abbiamo mai sperimentato la carenza di dispositivi. Ci comportiamo con grande attenzione, la vestizione e soprattutto la svestizione richiedono tempo, e anche fra di noi negli spazi di lavoro comuni indossiamo sempre almeno mascherina ed occhiali di protezione. Con queste misure Per il momento possiamo dire che nel nostro reparto fra il personale sanitario non abbiamo avuto infettati».

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