Ravenna, l’offshore spera nell’aumento della produzione di gas nazionale

RAVENNA – Il mercato globale del gas è bloccato, e ora l’Italia valuta di attingere alle proprie riserve. Giovedì scorso la Conferenza delle Regioni ha completato il proprio lavoro sul Pitesai, che in quattro o cinque mesi potrebbe essere definitivamente approvato. L’attesa è che venga raddoppiata la potenzialità produttiva di gas in Italia. Col ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, che vuol far passare questa impronta: sì alle estrazioni, ma solo di metano e uno stop definitivo e perentorio sul petrolio. Strategia che sta spingendo anche a livello europeo.


Per il mondo dell’upstream ravennate – che boccheggia da quasi tre anni dopo il blocco delle trivelle imposto dal primo Governo Conte – si tratterebbe di ossigeno necessario. Il fallimento della Tozzi è lì a dimostrarlo. La strategicità dell’industria estrattiva però è diventata di prorompente attualità con l’aumento del prezzo del gas circa il 250 per cento, che ha già iniziato a far sentire le proprie conseguenze sulle bollette dei cittadini negli ultimi mesi. Ma che nel prossimo futuro potrebbe portare un pesante conto sulle spalle di tutte le imprese, con conseguenze occupazionali e con ulteriori balzelli su tutti i beni di consumo.


Proprio per questo ora l’attesa da parte del distretto ravennate è quello di uno sblocco, almeno parziale: «Il due di dicembre la Conferenza delle Regioni ha portato le ultime osservazioni – riporta Franco Nanni, presidente del Roca, ovvero il raggruppamento di imprese ravennati del ramo offshore -. Se dovessero perdurare le restrizioni, si tratterebbe di una sciagura. Il settore è in forte crisi, perché il mercato interno è a zero». Nanni infatti ricorda come «da tre anni le imprese lavorino solo all’estero. E per quanto sia alto il know how delle aziende ravennati, la concorrenza è agguerritissima».

Franco Nanni, presidente Roca

Va ricordato che la produzione del metano, nel distretto che fa capo a Ravenna, era nel ’92 di 21 miliardi di metri cubi standard. Due anni fa era di 5,1. L’anno scorso, secondo i dati del Mise, in tutta Italia si sono estratti solo quattro milioni di metri cubi. Eppure potrebbe essere di 15 miliardi, viste le riserve presenti in Adriatico. «Un raddoppio della produzione? Sicuramente servirebbe ad alleviare un poco la pressione dei costi per le imprese – riprende Nanni -. Difficilmente però si può pensare di farlo con la situazione in essere, senza pertanto il completamento del Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee». Il ministro Cingolani infatti ha sbloccato alcune concessioni già approvate «e qualcuna ancora è ferma. Qualche intervento può essere fatto per migliorare la fruibilità di pozzi esistenti – riporta Nanni -, ma si tratta di azioni che innalzerebbero di poco la produzione interna di metano. Per fare in modo che cresca sensibilmente l’estrazione di gas bisogna completare il Pitesai».


Il consigliere regionale dem, Gianni Bessi, ricorda che l’attesa del Pitesai ha anche bloccato, sul Ravennate, parte cospicua di 2 miliardi di investimenti previsti da Eni: «Il solo piano “Eni Upstream” doveva aumentare l’estrazione di quei giacimenti da 2,8 miliardi a 4 miliardi di metri cubi annui. Qualcosa ancora si può fare – ne è convinto Bessi – già nel 2022 si potrebbero facilmente sbloccare le produzioni, senza bisogno di nuove piattaforme né di operare nuove prospezioni».

Opposta la visione di Legambiente, espressa da Paola Fagioli: «Bene il blocco del petrolio, ma l’utilizzo di metano non può essere componente di una vera transizione ecologica – ribadisce l’esponente del Cigno Verde -. La combustione di gas ha una sua azione climalterante e continuare ad estrarne non è una soluzione. Gli investimenti vanno immediatamente orientati altrove. Può apparire una spesa maggiore oggi, ma risparmieremmo domani sui danni ambientali che eviteremmo». E sull’innalzamento dei costi energetici Fagioli invita a«riprendere la proposta del Governo Draghi, bocciata da una parte della maggioranza, di aumentare la tassazione sui redditi alti per abbassare i costi energetici per la popolazione più debole».

Paola Fagioli (Legambiente)

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