Ravenna, l’indagine sul veterinario partita dalla morte di un cane

Oltre un milione di euro, tra liquidità sul conto in banca, investimenti, e un tesoretto da 619mila euro in contanti nascosto per la maggior parte nel garage di casa all’interno di uno scatolone, insieme alle tracce di una vera e propria contabilità parallela scrupolosamente aggiornata per anni. È un patrimonio da capogiro quello “congelato” al dottor Mauro Guerra, veterinario 47enne di Sant’Antonio (tutelato dall’avvocato Barbara Paoletti del foro di Parma), particolarmente noto nel Ravennate. Nei suoi confronti il giudice per le indagini preliminari Andrea Galanti, su richiesta del sostituto procuratore Marilù Gattelli, ha disposto il sequestro preventivo, contestando una maxi frode fiscale da oltre un milione di euro (tra imposte e Iva) protratta da almeno sei anni, frutto – secondo l’accusa – di una gestione dell’ambulatorio piena di ombre. I reati di natura fiscale, infatti, riguardano solo una parte di un’inchiesta che ha portato alla luce irregolarità su tutti i fronti, dal maltrattamento di animali, alla detenzione dei farmaci e allo smaltimento dei rifiuti speciali, fino alla falsificazione dei libretti sanitari, sconfinata appunto nella frode in commercio.

La soppressione del cane

A dare il via all’indagine, condotta dalla polizia locale con i carabinieri forestali e la sezione Soarda del nucleo Tutela della Biodiversità di Roma, è stata la morte di un cane. Si chiamava Balto, un anziano labrador che alla fine ha ispirato il nome di tutta l’operazione. Lo avevano soccorso l’estate scorsa le forze dell’ordine dopo averlo trovato abbandonato al caldo senza acqua né cibo, e lo avevano portato al veterinario affinché lo curasse. Tuttavia, il 19 agosto, Balto era morto. Lo aveva soppresso lo specialista su richiesta dei proprietari, nonostante l’animale non versasse in condizioni tali da giustificarne l’eutanasia. 

Le condizioni dell’ambulatorio

Da quell’episodio erano partiti gli accertamenti, culminati a metà dicembre scorso con il sopralluogo dall’esito inaspettato. Perché dopo avere notato un importante giro di clienti in fila per chiedere assistenza al veterinario, gli inquirenti si sono imbattuti prima di tutto nelle condizioni igienico sanitarie dell’ambulatorio: polvere, peli, ragnatele, sporcizia sia a terra che sul bancone da lavorio in cui erano appoggiati anche gli strumenti del mestiere utilizzati per gli interventi chirurgici. L’odore era pungente, e ha condotto ad altre presunte irregolarità, in merito allo smaltimento dei rifiuti speciali, come lo scarico dei liquidi radiologici, nel lavandino della “sala lastre”, il recupero di due carcasse di gatto nel box doccia del bagno, e pure organi di animali con siringhe conficcate, trovati nei cassonetti della spazzatura.

I farmaci nel magazzino

Era emerso molto altro. Un magazzino di farmaci, alcuni scaduti, altri autoprodotti; c’erano pure etichette “fai da te”, stampate – secondo quanto ipotizzato dagli inquirenti – per essere poi inserite nei libretti dei proprietari dei cani, attestando vaccini e profilassi mai effettuate. Va in quella direzione anche il rinvenimento di un grande quantitativo di medicinali, fustelle intere, alcune delle quali acquistate in nero, sia per uso veterinario che umano, come antiepilettici e anabolizzanti. Infine è saltato fuori lo scatolone con gli oltre 600mila euro in contanti, che ha fornito l’assist per l’indagine della Prima Compagnia della Guardia di Finanza. E a quel punto è apparso chiaro che la soppressione dell’anziano cane e le condizioni dello studio erano solo la punta dell’iceberg.

La difesa dell’indagato, tutelato dall’avvocato Barbara Paoletti del foro i Parma, preferisce non rilasciare dichiarazioni al momento, rivelando solo di avere già impugnato il decreto, nell’intento di sbloccare le cifre sequestrate.

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