Ravenna, diga di San Bartolo crollata: nove indagati

Sono nove gli indagati per il crollo della chiusa San Bartolo, la “diga” dotata di centrale idroelettrica situata lungo il fiume Ronco che collassò parzialmente il 25 ottobre del 2018, provocando anche la morte del tecnico della protezione civile Danilo Zavatta, che si trovava sul ponte per un sopralluogo proprio al momento del cedimento. Un evento clamoroso, le cui conseguenze si sono ripercosse per i successivi dieci mesi con la chiusura del principale collegamento tra Ravenna e Forlì. Ora, circa due anni dopo, sono stati notificati gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari a firma del procuratore capo Alessandro Mancini, titolare del fascicolo assieme al sostituto procuratore Lucrezia Ciriello. Si tratta del cosiddetto “415bis”, l’atto con il quale gli indagati e i rispettivi difensori vengono informati dell’intenzione di procedere con l’azione penale.
Fra le nove persone destinatarie dell’avviso figurano tenici e progettisti, ma anche – è questa la principale novità – alcuni dirigenti della Protezione civile, all’epoca dei fatti colleghi e superiori della vittima. Alcuni di loro erano già stati indagati all’indomani del crollo. Si tratta dei forlivesi Daniele Tumidei e Angelo Sampieri (della forlivese Gipco, titolare della concessione per la centrale idroelettica), il tecnico bresciano Franco Frosio, da loro incaricato per realizzare il progetto, Silvano Landi responsabile dell’esecuzione dei lavori e residente a Città di Castello e il cesenate Massimo Casanova, rappresentante dell’impresa costruttrice.
Ci sono poi i nomi dei ravennati Claudio Miccoli, dirigente dell’agenzia per la sicurezza territoriale e la protezione civile, e Andrea Bezzi, che assieme al primo seguì la conferenza di servizi propedeutica al rilascio della concessione idraulica. Infine, anche Davide Sormani, riminese dello stesso ente che firmò il parere favorevole, e Mauro Vannoni, di Santarcangelo, responsabile pro tempore dell’Area Romagna per la protezione civile. Insomma, rispetto agli iniziali quattro indagati lo spettro si è notevolmente ampliato, andando a scandagliare anche gli iter autorizzativi.


Sono accusati a vario titolo di omicidio colposo per la morte del tecnico 52enne e di crollo colposo di costruzioni. Questo il fulcro delle contestazioni, formulate al termine di un’indagine corposa e complessa per individuare i profili di responsabilità. Per andare a fondo sul disastro, la Procura aveva affidato anche una consulenza tecnica per accertare le cause del cedimento parziale della sponda sinistra e della prima campata del ponte d’accesso. Il crollo della chiusa – così avevano attestato gli ingegneri Paolo Mignosa e Andrea Segalini – era senza dubbio «da imputare a un violento fenomeno di sifonamento», innescato «a seguito dello svuotamento del canale idroelettrico, effettuato per verificare le modalità di ripristino di un foro ubicato sulla platea di fondo». Eppure, avevano rimarcato i tecnici, c’erano state anche delle avvisaglie, che si erano «manifestate in almeno altre due documentate occasioni», durante la costruzione del canale idroelettrico nell’aprile del 2017, e il 4 settembre 2018, «a seguito di espulsione di un tappo di argilla osto a chiusura di un foro». Stando alle indagini del Corpo Forestale, non erano mancati nemmeno altri avvenimenti simili, come «bruschi abbassamenti del livello dell’invaso di monte», nell’aprile di quello stesso anno, e, appena sette mesi prima «la comparsa di un avvallamento creatosi nello stradello di accesso, proprio sotto la passerella crollata».

L’appunto della consulenza andava oltre, rimarcando «la totale mancanza del progetto definitivo e nel progetto esecutivo di analisi riguardanti il potenziale rischio di sifonamento e la scarsa considerazione circa i diversi eventi avvenuti durante l’esecuzione dei lavori», da considerare premonitori «di più gravi fenomeni di sifonamento». C’era poi il secondo aspetto dello studio, vale a dire la regolarità dell’iter amministrativo autorizzativo delle opere eseguite per la realizzazione della centrale idroelettrica da parte della forlivese Gipco. Anche su questo quesito erano emerse numerose falle, come la «mancanza totale di studi di compatibilità idraulica», senza la quale non sarebbe stato possibile avere la Concessione idraulica e l’autorizzazione unica. Invece, il Servizio tecnico di bacino rilasciò il Visto, nonostante «non fossero colmate le lacune». In definitiva, le autorizzazioni sarebbero arrivate «senza che in alcuno degli elaborati del progetto fossero state approfondite le problematiche di compatibilità idraulica e geotecnica».
Per gli indagati – difesi dagli avvocati Claudio Maruzzi, Alessandro Melchionda, Massimiliano Starni, Massimo Mambelli, Gianni Zaganelli, Fabrizio Bellavista, Marco Riponi, Maria Grazia Russo, Annalisa Porrari, Barbara Amaranto e Michele Dell’Edera – sarà possibile ora accedere alla documentazione del fascicolo per preparare le difese. Possibilità ora concessa anche ai familiari della vittima, tutelati dall’avvocato Carlo Benini.

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