Ravena: i giudici, “Elisa uccisa in un cortocircuito emotivo”

È stato un «corto circuito emotivo e cognitivo» a segnare la fine di Elisa Bravi. Termine spinoso, che questa volta non è sinonimo di infermità mentale. In altre parole, Riccardo Pondi era in sé la notte del 19 dicembre 2019, quando ha strozzato la 31enne in camera da letto al culmine di una lite furibonda scoppiata nella casa a Glorie di Bagnacavallo. La sua reazione viene ascritta al campo del «dolo d’impeto» nelle motivazioni della sentenza della Corte d’assise di Ravenna, che il 6 luglio 2021 ha condannato a 24 anni di carcere il 40enne accusato di omicidio volontario pluriaggravato. È stata cioè un’aggressione innescata da «uno stimolo esterno», una frase pronunciata da una donna, sua moglie, esasperata dalla deriva di un rapporto logorato da stress, ossessioni e gelosia, che ha provocato «una carica di rabbia» tale da prendere il sopravvento «su ogni altro sentimento» e che si è interrotta solo quando l’uomo si è accorto «della letalità» del suo gesto. Una violenza, tuttavia, durata minuti: dai 3 ai 5 secondo la consulenza medico legale, che salgono a 15 se si considera la totalità della colluttazione, «prolungata e variegata nelle sue forme letifere». E qui il tempo, scrivono i giudici, «è un indicatore di volontarietà dell’azione». È questo il ragionamento che emerge dalle 47 pagine della sentenza a firma del presidente Cecilia Calandra e del giudice estensore Antonella Guidomei, nelle quali si esclude che l’imputato fosse incapace di intendere e volere nel momento in cui ha commesso il delitto.

Il “massimo” della pena

Nella sentenza trova spazio anche il calcolo della pena per l’uxoricidio, con le attenuanti che hanno ridimensionato la richiesta dell’ergastolo avanzata dal sostituto procuratore Lucrezia Ciriello. Pondi, rimarcano i giudici, ha chiamato subito i soccorsi, e quando i sanitari del 118 sono giunti nell’abitazione al civico 98 di via Aguta lo hanno trovato intento a rianimare la moglie. Il 40enne ha confessato spontaneamente mostrando «uno stato di resipiscenza» e mettendo a disposizione il proprio patrimonio alle figlie. Incensuratezza, comportamento processuale e consenso prestato dalla difesa ad acquisire tutti gli atti delle indagini per “snellire” il processo, chiudono l’elenco che per i giudici «non elide la gravità dell’azione», ma «rende equa» l’applicazione «del massimo della pena» come se non fosse contestata nessuna delle aggravanti: e cioè il rapporto coniugale, la minorata difesa e il fatto che il dramma si sia consumato davanti agli occhi delle figlie piccole dei coniugi.



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