CICLISMO

02/08/2018 - 07:17

di CRISTIANO RICIPUTI

Venti anni fa l'impresa di Pantani al Tour. Conti: "Così Marco conquistò Parigi"

"Alla vigilia non lo dichiarò pubblicamente, ma nella mente di Marco c’era la determinazione e la convinzione di vincere"

Venti anni fa l'impresa di Pantani al Tour. Conti: "Così Marco conquistò Parigi"

CESENATICO. Quel 2 agosto 1998 non se lo dimenticherà più. A vent’anni da quella data, quando sfilò insieme al suo capitano Marco Pantani in giallo sull’Avenue des Champs-Élysées, la nostalgia prende il sopravvento. E con essa la consapevolezza di aver compiuto una grande impresa insieme ai compagni della Mercatone Uno-Bianchi. Roberto Conti di Bagnara di Romagna è stato un professionista di alto livello. Ha partecipato a 17 edizioni del Giro d’Italia e a 11 del Tour de France. Nel 1994 si classificò sesto in Francia a 12 minuti da Miguel Indurain, dopo la grandissima vittoria in solitaria sull’Alpe D’Huez. Oggi Conti è promotore finanziario.

Sono passati esattamente 20 anni dal vostro trionfo a Parigi. Oggi la sensazione che prova è più di nostalgia o di soddisfazione?

«La soddisfazione è tanta, come fosse accaduto ieri. Se penso alle emozioni provate durante la passerella finale sugli Champs-Élysées sento ancora i brividi. La Mercatone Uno era una squadra unita, eravamo riusciti a portare in trionfo il nostro capitano, avevamo superato tutte le difficoltà legate agli scandali di quell’anno».

Con quali aspettative eravate partiti per il Tour?

«Noi della squadra eravamo consapevoli che potevamo riuscire ad aiutare Marco a salire sul podio. Ma non eravamo affatto convinti della vittoria finale. Avevamo timori per le lunghe cronometro, più di 100 km, mentre gli arrivi in salita erano solo un paio. Non era un Tour a misura di scalatore, insomma. Solo uno fra noi era convinto della vittoria, vale a dire Pantani stesso. Non lo dichiarò pubblicamente, ma nella sua mente c’era la determinazione e la convinzione di vincerlo quel Tour».

Il momento più duro della corsa?

«Più che l’aspetto sportivo fu difficile reggere il carico di pressioni dovute allo scandalo Festina per il doping. Le difficoltà legate alla corsa sapevamo come gestirle, mentre le polemiche di contorno potevamo solo subirle. Cercammo di rimanere calmi e di pensare, giorno dopo giorno, ad arrivare al traguardo».

Come è arrivato alla Mercatone Uno?

«Con una domanda a bruciapelo di Marco che a fine 1997, dopo una stagione sfortunata, mi chiese se volessi ancora correre. E io gli risposi prontamente di sì. In breve si creò una squadra su misura nella quale ognuno di noi aveva un ruolo preciso in base alle proprie attitudini. E il 1998 fu la stagione piena di successi che tutti ricordano».

Era difficile essere in squadra con un campione come Pantani?

«Più che difficile era esaltante, sotto tutti i punti di vista. Ricordo che, dopo la vittoria al Giro, era quasi impossibile allenarsi. Quando salivamo a San Marino la statale si imballava subito con auto che si fermavano, scooter che ci inseguivano, gente a piedi che applaudivano. Io mi guadavo attorno e mi chiedevo cosa stesse succedendo. E doveva ancora arrivare la vittoria al Tour. Essere al fianco e a disposizione di un capitano come Pantani era una responsabilità ma anche una grande soddisfazione».

Un aneddoto su Marco?

«Ricordo che nel 1994, quando vinsi in solitaria la 16ª tappa del Tour, sull’Alpe D’Huez, ero sul palco per l’intervista con Adriano De Zan. Pantani, che allora era alla Carrera mentre io alla Lampre, era abbacchiato per non essersi espresso come voleva, dato che era arrivato alle mie spalle. E io gli dissi di non scoraggiarsi perché avrebbe vinto al più presto. Era quello il suo primo Tour e arrivò 3°».

Qual era il suo rapporto con il Pirata?

«Ci siamo sempre trovati bene, era un rapporto d’amicizia. Mi aveva voluto in squadra con lui, in quella Mercatone Uno in cui si parlava in romagnolo. Sapeva ridere e scherzare se era il momento, così come era taciturno e si teneva tutto dentro quando era arrabbiato, ma era caratterizzato sempre da una passione, determinazione e cattiveria agonistica che lo rendevano unico. Era più giovane della maggior parte di noi ma aveva il carisma del leader».

Roberto Conti, la sua storia va dal team Ristorante Panazza alle vittorie al Tour...

«Sì, la mia prima squadra da tredicenne fu la “Ristorante Panazza”. Mi ero appassionato al ciclismo guardando il Giro in Tv e poi andando in bicicletta seguendo un vicino di casa. Poi sono passato professionista nel 1986. Ricordo la mia prima gara, il Giro di Sicilia. Fu un debutto tremendo, il livello era altissimo».

Come si ottengono risultati come quelli che lei ha raggiunto?

«Prima di tutto serve una passione tale da non farti pesare troppo i sacrifici e le fatiche di uno sport come il ciclismo. Poi la determinazione e grande predisposizione atletica».

Oggi di cosa si occupa?

«Sono promotore finanziario. Pedalo ancora, ma da cicloturista con 3500 chilometri l’anno al massimo. Seguo però Giro, Tour e altre gare in tv e mi immedesimo nelle fatiche, gioie e delusioni dei ciclisti. Oggi, come ai miei tempi, la fatica è sempre tanta. Non ci sono grosse differenze».

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